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PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE
SULLE GIORNALISTE E SUI GIORNALISTI: UN TABÙ?
Il rapporto Allenbach sulla situazione in
Ticino fa discutere
Suscitare un dibattito sul tema dell'indipendenza
dei giornalisti ticinesi e della deontologia professionale è
già di per sé un grande merito da attribuire all'indagine
che Beat Allenbach, ex corrispondente del Tages Anzeiger, ha
svolto recentemente nel Ticino. Il suo è uno dei tre rapporti
sull'argomento (una per ogni regione svizzera) commissionati
dal Consiglio di fondazione del Consiglio Svizzero della Stampa
per sottolineare il Giubileo dei 25 anni (si possono leggere
le relazioni sul sito: http://www.presserat.ch
Oltre alle indagini sulle tre realtà
regionali, è stato commissionato anche un quarto rapporto
al dottor Werner A. Meier (specialista nel campo dei media),
che a proposito del problema delle pressioni e dell'indipendenza
dei giornalisti scrive:
"Così come la corruzione nell'economia non è
prevista, e da parte degli addetti ai lavori viene raramente
considerata come un argomento da trattare, non è nemmeno
previsto istituzionalmente che chi lavora nei media potrebbe
essere sottoposto a pressioni interne o esterne. A maggior ragione,
l'idea che potrebbe anche cedere a questi tentativi di pressione
o alle minacce di sanzioni, non fa parte dell'immagine che un
organo di informazione ha (e da) di sé. Gli operatori
dei media ammettono l'esistenza di queste pressioni al massimo
quando possono dimostrare di aver saputo resistere e di essersi
comportati secondo i principi dell'etica professionale. A loro
volta, coloro che esercitano le pressioni sui giornalisti dall'esterno
non si prestano certo alla trasparenza perché il loro
agire nei confronti dei media appare problematico, scorretto
se non addirittura punibile. Per questo motivo il problema diventa
un tabù, sia dal punto di vista aziendale, che giornalistico,
che dell'etica professionale. "
Il guaio è che senza trasparenza non c'è vera democrazia
e la responsabilità di garantire un'informazione completa
e corretta ai cittadini è dei media, di chi li possiede,
di chi li dirige e -soprattutto- di chi ci lavora. Sarebbe questo
il compito del cosiddetto "quinto potere". Ma i media
sono ormai sempre più raramente indipendenti dalle leggi
economiche e i giornalisti sono costantemente sottoposti alla
tensione inevitabile (intrinseca alla struttura in cui operano)
fra integrità professionale ed esigenze di mercato. Ci
sono situazioni dove il "quinto potere" ha economicamente
e politicamente una tale forza che può persino abusarne
impunemente; penso a certa stampa di sensazione che può
distruggere le carriere frugando senza scrupoli nelle vite private,
che può condizionare le elezioni, orientare i consumi.
Ma ci sono anche situazioni (come sembrerebbe essere la nostra)
dove il "quinto potere", per mancanza di mezzi, per
eccesso di prossimità, per la povertà della cultura
e della tradizione del giornalismo, di potere ne ha ben poco.
Lo confermano le prime reazioni al testo di Allenbach. Dario
Robbiani, quando sostiene che il giornalismo ticinese casomai
è "pressappochista"; Giò Rezzonico, quando
dice che "i nostri mass media sono spesso troppo istituzionali"
e Paolo Di Stefano quando osserva che "lo spirito critico
in Ticino rischia di complicare molto la vita quotidiana"
del giornalista che lo pratica.
Allenbach non fa nient'altro che dimostrare quanto sia difficile
lavorare in queste condizioni, sottrarsi alle pressioni politiche
e economiche esterne ed interne, e persino all'autocensura che
serve a prevenire le difficoltà personali e le sanzioni.
Le reazioni, a volte anche viscerali suscitate dal suo rapporto
dimostrano che ha colpito nel segno e che il dibattito è
davvero utile e necessario.
Nell'era della comunicazione, in cui conta di più ciò
che è riportato nei media che non la realtà stessa,
le giornaliste e i giornalisti hanno il diritto e il dovere,
ossia il difficile compito, di informare non solo sulle apparenze
e sulle dichiarazioni ufficiali, bensì anche sulle cause
dei problemi, su fatti e interessi occultati, su ciò che
non viene detto e non viene mostrato. E questo anche quando è
scomodo farlo perché potrebbe disturbare persone importanti
o toccare equilibri delicati.
Il vero problema è che questa enorme responsabilità
nei confronti della società civile e della democrazia
non può essere lasciata tutta solo sulle spalle delle
singole persone che operano come giornaliste e giornalisti nei
media, con il pretesto che sono vincolati dalla deontologia professionale.
A questo proposito ha ragione anche Arnaldo Alberti quando scrive:
"Non picchiamo i deboli, ma puniamo chi li prevarica".
Su questo piano però il Consiglio della Stampa probabilmente
non basta più. Perciò il dibattito andrebbe orientato
piuttosto in direzione delle misure e degli strumenti (si parla
ad esempio di "Media Governance", "Qualitätsmanagement",
"Observatorire des medias", ma si potrebbe incominciare
almeno dai comitati di redazione) che possano davvero garantire
l'indipendenza dell'informazione e proteggere efficacemente chi
lavora nei media dalle inevitabili pressioni e da sanzioni ingiustificate.
PRESSIONI
POLITICHE
L'esempio di una piccola regione (il Ticino)
Per il 25esimo anniversario del consiglio della stampa è
stato commissionato a Beat Allenbach uno studio sulle pressioni
politiche e il giornalismo in Ticino.
Ve ne proponiamo alcuni stralci
Per il testo completo si consulti la pagina
internet:
www.presserat.ch/15720.htm
- Esistono diversi modi di esercitare una
pressione politica, e diversi modi di percepirla come tale da
parte dei giornalisti.
A un tipo di intromissione diretta da parte di politici o di
altri responsabili appartengono:
- gli interventi sul giornalista o sul responsabile
della pubblicazione;
- le chiamate in causa del responsabile in
quanto amico politico o amico personale, non per impedire una
determinata pubblicazione ma per influenzarla in un senso determinato,
anche semplicemente avvertendo: state attenti che la cosa scotta...
Di pressione indiretta, nei modi più
svariati, si può parlare:
- quando i responsabili di redazione o i giornalisti
fanno proprie le sottintese aspettative dei politici;
- quando l'eccessiva prossimità rende
prevenuto il giornalista, gli fa dimenticare il dovere dell'indipendenza.
Prescindendo dai punti di forza o di debolezza
di questo o quel politico, di questo o quel giornalista, vi sono
circostanze evidenti che rendono più agevole in Ticino
esercitare pressioni. La regione è piccola, tutti si conoscono
ed esiste una notevole densità di prodotti mediatici.
L'esempio scelto dal Consiglio della Stampa è dunque un
"case study" ideale: il Ticino, che le Alpi e la lingua
separano dagli altri cantoni, e che anche a meridione, dove pure
non ha confini naturali, è come protetto dalla frontiera
politico-amministrativa. (...)
Questo mio rapporto è il risultato
di molti colloqui con giornalisti (...) di ogni livello: cronisti,
ma anche quadri, direttori di pubblicazione, editori e politici.
(...)
Un direttore ricorda: "Una volta c'erano
più tentativi di influenzare i giornalisti, uomini politici
e consiglieri di Stato telefonavano più spesso".
I giornalisti concordano: "L'influenza dei partiti è
diminuita". Alcuni addirittura sostengono che sono i giornali,
adesso, a stabilire l'agenda politica, (...)
Ma i politici non sono usciti di scena. "Cercano di sedurre
i giornalisti trattandoli da amici - dice un altro direttore
- le critiche le nascondono dietro gli elogi". I giornalisti
sono attirati dalla possibilità che nel contatto con i
politici filtrino informazioni. E chi per anni riceve notizie
da un politico non gli negherà, nel periodo elettorale,
un favore, comunque lo tratterà con i guanti quando quel
politico dovesse trovarsi nei pasticci.
La prossimità induce l'autocensura
Un giornalista che occupa una posizione di
responsabilità dà un nome preciso a questo vizio:
"Il nostro problema più grosso è l'autocensura".
(...)
Comunque sia, mettere a tacere le situazioni delicate oggi non
è più possibile, anche se i giornali poi trattano
i singoli casi in modo diverso. (...) Esiste come un tacito scambio
di ruoli fra i tre quotidiani, e questo induce il presidente
della Fondazione del Consiglio della Stampa, Enrico Morresi,
ad affermare: "Bisogna leggerli tutti e tre, i giornali,
per sapere veramente quel che accade in Ticino".
Anche senza un proprio quotidiano a disposizione,
presidenti di partito e granconsiglieri hanno sempre, se vogliono,
la possibilità di farsi ospitare un articolo nei giornali.
(...) Altri interlocutori, per esempio gli ambientalisti, trovano
più difficilmente la via delle pagine di giornale, i loro
contributi finiscono esiliati nella pagina delle lettere dei
lettori.
Consiglieri di Stato onnipresenti
Il ruolo dei consiglieri di Stato in Ticino
è del tutto particolare, data la loro importanza come
informatori. Ognuno di loro dispone di un collaboratore personale,
in molti casi un ex-giornalista, che cura i rapporti con i media
offrendo articoli o interviste con il capo. Quasi tutti i consiglieri
di Stato hanno rapporti preferenziali con un giornale o con dei
giornalisti. (...)
Giornalisti e direttori sono però del
parere che, più di quelle politiche, siano quelle economiche
le pressioni più efficaci. A un giornale che aveva riassunto
senza commenti un comunicato di parte sindacale che metteva in
causa la politica del personale di un grosso inserzionista, la
ditta in questione fece sospendere ogni pubblicità. Non
bastò che il giornale ricuperasse, il giorno dopo, il
parere dell'impresa: prima della ripresa delle inserzioni dovette
passare parecchio tempo. Meglio prevenire, allora, che dover
medicare le ferite. Forse per questo i direttori sembrano del
parere, per esempio, che con Migros e Coop sia meglio non essere
troppo critici: un atteggiamento che non è tipico soltanto
della stampa ticinese. (...)
Uno sguardo oltre le Alpi
Nel resto della Svizzera, rispetto al Ticino,
la differenza essenziale consiste nel fatto che i confini cantonali
non coincidono con l'area di diffusione dell'informazione. (...)
Le pressioni politiche esistono ovunque, ma esistono anche degli
osservatori attenti a riconoscerle e a denunciarle sui loro giornali.
(...)
Alla SSR, l'ente nazionale di servizio pubblico
per la radio e la televisione, la politica conta meno che in
Ticino, (...) Per quanto riguarda i quadri superiori della Radio
e della Televisione DRS, l'appartenenza politica ha influenza
solo nella scelta dei direttori: (...) Di molti dirigenti non
si conosce neppure se siano vicini a un partito, e quale sia.
(...) Se governi cantonali esercitano pressioni è piuttosto
per rivendicare una maggiore presenza sullo schermo del loro
cantone o di un avvenimento particolare. (...)
Per la RTSI, la politica è come
l'olio per un motore
Torniamo in Ticino. Più forte che nella
stampa scritta è la posizione che la politica occupa alla
Radiotelevisione della Svizzera italiana. Alla RTSI la politica
è tutto, è l'olio che lubrifica la macchina. Consiglio
direttivo e Comitato della CORSI, la Cooperativa che governa
l'azienda, da anni riflettono la composizione politica del governo
cantonale. (...)
Anche tra i dirigenti dell'ente radiotelevisivo
l'equilibrio partitico è un obiettivo perseguito. (...)
Nonostante tutti questi condizionamenti in sede di nomina, per
molti aspetti la qualità dei programmi svizzero-italiani
non ha niente da invidiare a quelli della DRS, in qualche caso
addirittura li superano.
L'Università, un tema tabù
Colpisce che né la radio né
la televisione abbiano finora offerto una trasmissione di critica
dell'Università della Svizzera italiana, in funzione da
cinque anni. È il freno istituzionale che è tirato?
(...)
Sotto la lente dei politici stanno in particolare
le trasmissioni regionali alla Radio e alla Televisione. Sono
i giornalisti e i responsabili di queste rubriche quelli che
ricevono il maggior numero di telefonate: qualche volta dagli
stessi consiglieri di Stato, più spesso da politici locali,
presidenti di associazioni, artisti. C'è chi risponde:
non è compito nostro far piacere a questo o a quello,
noi abbiamo il dovere di rispettare precisi criteri giornalistici.
Autorevolezza e lavoro accurato sono, secondo questi colleghi,
la migliore prevenzione contro le pressioni. (...) Ma una posizione
così decisa da parte dei giornalisti pare piuttosto l'eccezione
che la regola. È vero invece che la maggior parte dei
giornalisti, agli onnipresenti consiglieri di Stato, granconsiglieri,
sindaci, imprenditori o sindacalisti si limitano a mettere il
microfono sotto il naso, non fanno domande scabrose e rinunciano
a rilanciare il quesito quando l'intervistato divaga.
Il nuovo capo dell'informazione radiofonica(...),
vorrebbe tanto che questo sistema cambiasse. (...) . È
un capo che esige dai suoi giornalisti indipendenza, credibilità
ma anche determinatezza nella conduzione delle interviste o delle
ricerche, che considera la distanza critica un valore centrale.
(...)
Il medium preferito dai politici rimane la
televisione. Un capo-settore riassume la situazione così:
"I nostri politici sono molto viziati, sono costantemente
in immagine: una cosa che i loro colleghi di altri cantoni si
sognano". (...)
(...) . Oggi ancora il capo dell'informazione
della TSI sostiene il principio che la RTSI non deve rispondere
agli attacchi: la risposta dell'ente - dice - sono i nostri programmi.
Una posizione che non convince tutti i collaboratori,(...)
la critica di un rappresentante del Governo può avere
un seguito all'interno dell'ente (...): i giornalisti raddoppiano
le precauzioni e il fischietto dei responsabili li richiama all'ordine
quando per descrivere le debolezze dei politici si mostrano troppo
vivaci e sarcastici!
(...)
Le pressioni più frequenti si registrano come detto al
"Quotidiano", dove operano molti giornalisti al primo
impiego. (...)
Riassumendo, oso formulare queste tre tesi:
- I politici respingono l'addebito di usare
mezzi di pressione contro redazioni o singoli giornalisti. In
Ticino, tuttavia, una critica forte formulata contro un giornalista
o una redazione non può essere interpretata solo come
esercizio della libertà d'espressione. Nella situazione
particolare di questo cantone, dai giornalisti stessi o dai loro
superiori essa è avvertita come un monito a usare maggiore
ritegno in futuro: l'effetto è dunque quello di una pressione.
- La circostanza che in Ticino tutti si conoscano
"neutralizza" la volontà di indipendenza dei
giornalisti. L'indipendenza come cultura, come pure l'idea di
una responsabilità che i giornalisti hanno nei confronti
dell'opinione pubblica, non sono molto sviluppate. Neppure i
quadri redazionali o gli editori sembrano dare a queste proprietà
il valore che loro attribuisce il Consiglio della Stampa.
- Alla RTSI, e specialmente alla Televisione,
è diffusa una concezione del servizio pubblico come disponibilità
a illustrare le intenzioni e i pareri del Governo, piuttosto
che come ricerca dei punti deboli della politica. Secondo il
"testamento giornalistico" di Andreas Blum, l'ex-direttore
della Radio della Svizzera tedesca, il giornalista deve invece
distinguersi, oltre che per indipendenza ed equità, anche
per un radicale scetticismo . Da questa concezione i media ticinesi
sembrano decisamente lontani.
(…)
Una situazione tutt'altro che di privilegio
Con questa descrizione piuttosto cruda e forse
discutibile di un ambiente professionale percorso anche da contraddizioni
non intendo assolutamente strapazzare il Ticino come tale. Il
privilegio di disporre di una densità mediatica fuori
del comune e quasi di una radio e di una televisione tutta per
sé è anche un'insidia. In un ambiente così
"protetto" ci si sente facilmente l'ombelico del mondo,
i moscerini diventano elefanti e una questione tecnica come la
scelta di un impianto per l'incenerimento dei rifiuti perde ogni
dimensione logica e assurge a guerra di religione, spacca il
Governo, dà spazio ai populisti della Lega e avvelena
per anni il clima politico. Ce ne fossero due o tre, di cantoni
di lingua italiana, queste esagerazioni non sarebbero possibili.
Se qualcuno poi dovesse da queste mie considerazioni
trarre la conclusione che tutto il male è riconducibile
al ramo ticinese della SSR, per cui sarebbe opportuno ridurre
la quota parte che le spetta dei mezzi a disposizione o, meglio
ancora, privatizzarla, allora sarei stato compreso male e sarei
disposto a buttare via tutto quel che ho detto. La SSR, un esempio
tipico di scelta federalista in favore delle minoranze, nonostante
i punti deboli che ho descritto, continua a meritare il nostro
sostegno.
ABBIAMO
VINTO!
Il tribunale arbitrale ci ha dato ragione
Nel mese di gennaio 2001, l'SSM aveva portato
in commissione di concertazione nazionale la problematica legata
al contratto "variabili".
L'SSM sosteneva che anche per i variabili valeva la regola che
un giorno di lavoro doveva contare mediamente 8 ore. La SSR invece
pretendeva che questa regola del CCL non avesse valore per i
collaboratori con contratto variabile.
Il sindacato SSM si è rivolto al Tribunale
arbitrale che ci ha dato pienamente ragione.
Riceverete prossimamente un'informazione dettagliata sul tema
direttamente dal segretariato centrale dell'SSM di Zurigo.
Per troppi anni si è pensato che la
SSR fosse un'eccezione a cui tutto fosse permesso: nessun limite
di tempo sulla fascia oraria, considerare la domenica come un
qualsiasi altro giorno ecc. Ma le regole devono essere rispettate
da tutti, i principi fondamentali della legge sul lavoro sono
stati fissati per proteggere la salute e la famiglia, non ci
si può sempre solo appellare alla particolarità
dell'impresa.
Ci sono evidentemente delle situazioni contingenti,
che tra l'altro vengono già prese in considerazione dalla
legge che prevede alcune differenze per un'azienda radiotelevisiva
come la nostra; qualche deroga può inoltre essere concessa,
ma solamente se viene negoziata con i sindacati e se si ottengono
delle compensazioni.
L'impressione è che invece si voglia
far finta che determinate regole non esistano o non ci riguardino,
che si tenti di trovare degli stratagemmi per aggirare sia la
legge che la CCL.
Un esempio è appunto stata la battaglia sui variabili.
Secondo la SSR un collaboratore variabile con 900 ore all'anno
poteva venire chiamato ad entrare in servizio 5, 6 o 7 ore al
giorno. Questo significava che le entrate in servizio annuali
invece di essere 90 potevano diventare anche 100 e più.
Si rischiava di arrivare all'estremo di avere un collaboratore
che invece di fare ad esempio 180 entrate in servizio (1440 ore)
poteva farne 220 e più; vale a dire più di un tempo
pieno fisso, creando in questo modo una palese differenza di
trattamento tra i dipendenti.
Anche nella nostra realtà regionale
un tentativo in questo senso è stato fatto con i titolisti
che si volevano pianificare regolarmente per 6 ore e mezzo giornaliere
invece delle 8 previse.
Grazie al nostro intervento e alla sentenza del tribunale arbitrale
la cosa è stata ritirata e speriamo che non ritorni sul
tavolo perché, e lo abbiamo già detto durante la
commissione di concertazione: ci opporremo fermamente.
DITTE
ESTERNE E PERSONALE A PRESTITO
Interrogativi che chiedono risposte
- Cosa sta succedendo con le ditte private
e con il personale a prestito?
- Qual è la politica della RTSI?
- Perché viene creata una commissione
TSI-outsourcer e il sindacato non ne viene informato?
- Perché non si risponde alle nostre
lettere, inviti alla trasparenza, richieste di essere informati
e coinvolti nella discussione?
- Chi tutela i dipendenti delle ditte?
- La qualità e l'esperienza sono aspetti
che vengono sufficientemente presi in considerazione?
- Che ne è della formazione? ....
Questi alcuni degli interrogativi che circolano
sulla questione.
La SSR in occasione della sottoscrizione dell'ultima
CCL ha firmato anche una "side letter" nella quale
si impegna formalmente a mettere in atto delle misure per controllare
che le ditte terze rispettino le leggi svizzere, tali misure
sono da negoziare a livello regionale con l'SSM. Noi ci siamo
fatti vivi a più riprese per chiedere che gli impegni
presi a livello svizzero siano rispettati, ma sembrerebbe che
parliamo una lingua sconosciuta ai nostri direttori! Nell'ultima
lettera al Direttor Balestra scrivevamo:
"L'obiettivo di un'equa ripartizione
degli appalti e di una chiara trasparenza di quanto viene fatto
è fondamentale visto anche l'ammontare delle cifre in
gioco e la possibilità di lavorare o meno delle persone
e delle ditte coinvolte con implicazioni economiche non indifferenti."
Come SSM chiediamo: (e lo abbiamo ribadito
durante l'ultima commissione di concertazione tenutasi martedì
10 dicembre scorso)
- trasparenza e informazione verso l'SSM e
le ditte;
- di essere considerati come interlocutori
nella discussione sulle ditte esterne e il personale a prestito;
- che i lavoratori che per anni hanno collaborato
con professionalità non vengano messi da parte e che si
continui a far capo alla loro esperienza. Questo per salvaguardare
sia il loro lavoro (responsabilità morale della RTSI)
che la qualità del prodotto;
- che i giovani vengano impiegati, ma ci si
preoccupi anche della loro formazione;
- che per quanto riguarda il personale estero
si stia attenti alle insidie degli accordi bilaterali e che quindi
non si giochi al ribasso o al dumping salariale;
- che vengano prese delle misure di controllo
verso le ditte che lavorano per la RTSI
BREVI
Nuova CCL
A partire dal nuovo annno verranno organizzati
dei seminari e dei gruppi di lavoro per la fase di consultazione
sulla nuova CCL. Abbiamo un anno di tempo, Si tratterà
di discutere dove bisognerà migliorare la convenzione
attuale.
I temi caldi sono il sistema salariale, la remunerazione individuale,
i premi, il tempo di lavoro e le indennità, il contratto
fisso e quello variabile.
Gleichstellungs-Controlling
Il Direttor Ratti, durante la commissione
di concertazione di ottobre, ci ha fatto sapere di voler interrompere
la partecipazione al progetto finanziato dall'ufficio federale
per l'eguaglianza tra donna e uomo e denominato Gleichstellungs-Controlling.
Progetto al quale la RTSI aveva deciso di aderire la primavera
scorsa. A nostro parere si tratta di un'occasione persa.
Picchetto
Un nuovo regolamento per il picchetto è
stato negoziato tra la RTSI e l'SSM. Abbiamo voluto coinvolgere
le persone interessate in modo da discutere punto per punto con
loro. Abbiamo così organizzato alcune riunioni alle quali
hanno partecipato parecchie persone. Un segnale positivo che
indica come si apprezzi la possibilità di discutere le
problematiche che conosciamo molto bene perché ci toccano
da vicino.
Internet
Sono state distribuite delle nuove direttive
sull'utilizzazione dei mezzi informatici. Purtroppo constatiamo
come i nostri suggerimenti non siano stati accolti. Proprio su
questo giornale (n. 268) nel settembre 2001 scrivevamo:
"(...) l'SSM chiede alla RTSI l'elaborazione
congiunta del regolamento obbligatorio, nonché l'introduzione
di un ombudsman interno, designato congiuntamente dalla direzione
e dal personale, con la funzione di verificare l'applicazione
delle disposizioni in materia di protezione dei dati e di chiarire
i casi dubbi sottoposti dall'azienda o dai dipendenti."
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