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Momento difficile per il servizio pubblico
La battaglia tra difensori e oppositori
del servizio pubblico continua senza esclusione di colpi.
Non soltanto nel nostro paese ma un po' ovunque la tendenza dominante
è quella di privatizzare servizi, soprattutto quelli più
redditizi. Schierarsi contro la privatizzazione dei servizi pubblici
oggi, per l'opinione dominante, significa: essere di retroguardia,
non capire la nuova economia.
Ma, almeno nel nostro paese, dove la popolazione ha la possibilità
di esprimere il proprio parere in votazioni popolari, il sovrano
si è opposto alle privatizzazioni facili dimostrando di
non credere alle lusinghe di imprenditori il cui unico scopo
è quello di fare soldi senza preoccuparsi dei bisogni
reali di tutti i cittadini. E' stato il caso del canton Vaud
dove la popolazione ha respinto la privatizzazione della Banca
Cantonale, oppure di Zurigo,Nidwaldo e di Bellinzona dove in
votazione popolare è stata cambiata una decisione del
Consiglio Comunale che voleva privatizzare l'Azienda Elettrica
Comunale.
La gente oggi oramai non si fida più
perché si è accorta che le promesse degli imprenditori
non possono essere mantenute e che certi servizi pubblici non
possono essere semplicemente dati ai privati in quanto è
in gioco un servizio a tutta la popolazione: sia che abitino
in città o in periferia, in campagna o in montagna,sia
che provengano da un gruppo linguistico, culturale o religioso
maggioritario o minoritario, tutti devono avere gli stessi diritti.
Tra i servizi pubblici indispensabili all'equilibrio
e alla pacifica convivenza delle diverse componenti del nostro
paese c'è la radiotelevisione di servizio pubblico affidata
alla "SSR/SRG Idée Suisse".
Ed anche qui, manco a dirlo, i privati sentono odore di denaro
ed ecco puntuali le richieste di maggior privatizzazione della
Radiotelevisione in Svizzera a scapito naturalmente, dell'emittente
pubblica.
Ma in questo caso la questione è ancora più grave
perché le richieste sono senza limiti.
Schawinski, il "Guru" delle emittenti private svizzero
tedesche,propone che il 40% del canone sia destinato ai privati
il resto al servizio pubblico. Lombardi di Teleticino è
più "modesto" propone invece il 10%.
Ma vi rendete conto della faccia tosta di Schawinski, che, dopo
aver lasciato a casa 74 impiegati ed aver messo da parte una
quarantina di milioni di franchi chiede l'aiuto dei cittadini
per i suoi affari privati. Come dire che i soldi pubblici andrebbero
a rimpinguare i dividendi dei suoi azionisti, tra i quali le
grandi banche svizzere.
Indebolire l'immagine della SSR e dimostrare
la necessità di creare un polo privato forte sovvenzionato
dal canone,sembra essere la strategia dei privati che, da quando
è terminata la procedura di consultazione sulla nuova
legge Radio TV, non lesinano critiche e attacchi.
La proposta di nuova legge infatti sanziona la necessità
di mantenere un servizio pubblico forte in Svizzera e lasciare
totalmente aperto lo spazio per emittenti private finanziate
dalla pubblicità, ma ai privati questo non basta e da
qui la loro protesta.
Per la Svizzera Italiana l'esistenza di
un servizio pubblico radiotelevisivo nel territorio,la RTSI,
è assolutamente indispensabile, addirittura vitale per
il ruolo politico e culturale che esso svolge e non da ultimo
per l'indotto economico che porta con se ( 1100 impieghi e attività
qualificate nella regione). Tutto questo oggi è possibile
grazie ad una chiave di riparto dei mezzi finanziari destinati
alla SSR, federalista, solidale, a noi molto favorevole.
Sembra ovvio che tutto questo vada difeso
in tutti i modi e da tutti, eppure non è così.
Ne sono un esempio i numerosi attacchi strumentali portati alla
RTSI e sfociati recentemente in uno scorretto attacco del periodico
l'Inchiesta. Ma ancora più incomprensibile sembra essere
il fatto che numerosi attacchi siano suggeriti dall'interno dell'azienda.
Purtroppo la stessa dirigenza RTSI non sta facendo molto per
tenere alta l'immagine della RTSI. La maniera con la quale ha
gestito il caso Savoia è il più clamoroso esempio.
Persino l'associazione cantonale per la difesa del servizio pubblico
ha stigmatizzato l'accaduto. Ora, senza entrare nei dettagli
del caso (lo abbiamo fatto in altre sedi) siamo del parere che
si poteva e doveva agire diversamente.
Purtroppo oggi a risentirne è l'immagine di un'azienda
che ha assolutamente bisogno del sostegno popolare,
Stando alle lettere pubblicate dai giornali o dalle centinaia
di firme raccolte la RTSI è purtroppo a livelli di popolarità
molto bassi.
All'orizzonte si profila la convocazione di un'assemblea straordinaria
della CORSI che si prospetta come uno scontro molto pericoloso.
Chi vuole attaccare il servizio pubblico radiotelevisivo per
i propri fini ha la possibilità direttamente o indirettamente
di farlo anche magari approfittando di possibili alleanze trasversali.
Cosa farà la dirigenza RTSI?
Noi sappiamo solo che difenderemo il servizio pubblico radiotelevisivo
con tutti i nostri mezzi.
L'ombra del grande fratello
Poniamo il caso che presso i bar della Radio e della TV venga
installata una nuova apparecchiatura, in grado di rilevare automaticamente
la durata delle pause dei dipendenti. Se ne potrebbero ottenere
tutta una serie di statistiche, in grado di indicare per ognuno
la frequenza e la durata delle presenze al bar, con tanto di
classifiche mensili o settimanali. In casi particolari si potrebbero
anche notare dei "picchi" sospetti nella presenza di
singole persone o addirittura di intere categorie professionali,
dai quali potrebbe essere considerato lecito desumere un danno
per l'azienda, o una situazione di scarso rendimento lavorativo.
Oppure ancora, solo per un momento, immaginiamo che una mente
diabolica trovi il modo di registrare automaticamente il titolo
e il contenuto di tutti gli articoli che vi trovate a leggere
in orario d'ufficio. Un sistema perfezionato, capace di stabilire
anche il tempo impiegato per ogni singolo testo: un'occhiata
al titolo e via, oppure una lettura attenta e approfondita. Quanti
sono i dipendenti della RTSI che data un'occhiata distratta ai
titoli delle prime pagine si soffermano lungamente sulle pagine
sportive senza appartenere alla redazione deputata ad occuparsene?
Forse nessuno, magari troppi. Questa sofisticata tecnologia permetterebbe
di rilevare subito eventuali esagerazioni, e in caso di sospetto
abuso di adottare le misure ritenute opportune.
Si tratta naturalmente di due ipotesi del tutto immaginarie.
Sistemi del genere verrebbero verosimilmente considerati da chiunque
inefficaci ed inopportuni.
Inefficaci, prima di tutto, poiché sarebbe difficile stabilire
una correlazione diretta e univoca tra le lunghe pause al bar
(o la lunga lettura di articoli sportivi) e il rendimento professionale.
Come noto al bar ci si può anche lavorare, e probabilmente
fra gli appassionati di sport vi sono professionisti eccellenti
da ogni punto di vista. Eventuali problemi di assenteismo, di
scarso rendimento o di comportamento inadeguato sono reali quando
si manifestano concretamente nel lavoro, non quando vengono desunti
da una serie di statistiche. Inoltre difficilmente i dati rilevati
in questo modo potrebbero avere un valore di prova, poiché
i margini di errore e le possibilità di manipolazione
sono molto elevati.
Inopportuni, poi, perché accanto agli usi dichiarati non
sarebbe possibile escludere a priori "effetti secondari",
anche non voluti, che potrebbero condurre a violazioni dei diritti
personali o anche professionali (pensiamo ad esempio, per i giornalisti,
alla protezione delle fonti). L'introduzione di sistemi di controllo
di questo tipo, inoltre, comporterebbe effetti molto negativi
per il clima aziendale, e violerebbe il divieto della sorveglianza
del comportamento dei dipendenti.
Vi è un campo, tuttavia, nel quale un sistema di registrazione
automatica per alcuni aspetti simile a quelli ipotizzati esiste
già: l'uso di Internet. Le apparecchiature che gestiscono
il traffico di rete memorizzano ogni singola operazione di ogni
singolo utente, annotando l'indirizzo di ogni pagina visitata,
l'orario della visita, l'apparecchio da quale viene effettuata
la richiesta, e altri dati che possono essere utilizzati per
presumere il comportamento di un utilizzatore. La ragione primaria
di questa registrazione automatica è molto seria e fondata:
si tratta di uno strumento indispensabile per garantire la sicurezza
del sistema informatico. Tuttavia poiché tali dati esistono,
la possibilità di un uso volontariamente o involontariamente
inopportuno o addirittura dannoso per gli utenti non può
essere esclusa a priori. Sulla base di dati simili si potrebbero
ad esempio trarre indebite conclusioni sugli orientamenti politici
di singole persone, o sulla loro più o meno elevata professionalità.
È per questo motivo che un po' ovunque ci si interroga
sui limiti ai quali deve essere sottoposto l'uso di tali registrazioni,
e sui sottili confini fra usi leciti e usi lesivi dei diritti
della persona. In Svizzera il punto di riferimento per questo
genere di problemi è l'incaricato federale alla protezione
dei dati, che ha emanato una "Guida sulla sorveglianza dell'utilizzazione
di Internet e della posta elettronica sul posto di lavoro"
all'intenzione delle amministrazioni pubbliche e dell'industria
privata (disponibile in francese e in tedesco nel sito http://www.edsb.ch/framesi.html
sotto la voce "News and Links").
In questo documento viene riconosciuto il diritto delle aziende
di difendere i propri interessi, ma anche quello dei dipendenti
al rispetto della propria sfera privata. Le aziende vengono incoraggiate
ad adottare misure di prevenzione, e a rinunciare a forme di
sorveglianza. Vengono inoltre enunciati alcuni principi guida
(riassunti in parte nel riquadro), e formulate raccomandazioni.
Consapevole della delicatezza del problema l'SSM già tempo
fa aveva sollevato il problema della protezione dei dati in una
seduta della Commissione regionale di concertazione. La direzione
della RTSI in quell'occasione ha garantito la propria buona fede
e il rispetto delle direttive in materia, ma non è stato
possibile andare oltre una dichiarazione verbale.
Il licenziamento del collega Savoia ha però riaperto drammaticamente
la questione, e ha suscitato la preoccupazione di molti dipendenti.
L'impossibilità di disporre di informazioni precise, e
l'annunciata apertura di un'azione giudiziaria, impediscono nel
caso specifico di esprimersi con cognizione di causa su di un'eventuale
violazione dei diritti del collaboratore da parte della RTSI.
Con l'azione giudiziaria sarà verosimilmente chiarito
anche questo aspetto, assieme ad altri non meno importanti quali
il valore di prova dei tabulati informatici, le modalità
di interpretazione dei dati in essi contenuti, l'ottemperanza
all'obbligo di informare il collaboratore dei controlli in atto,
e così via.
Nell'attesa è però possibile chiedersi se tutte
le misure raccomandate dall'incaricato federale abbiano trovato
accoglienza alla RTSI, e dunque se è stato fatto tutto
il possibile per evitare eventuali violazioni della sfera privata
dei dipendenti.
Attualmente l'impiego di Internet alla RTSI è retto da
una serie di norme e comunicazioni che definiscono i limiti d'uso
consentiti. I dipendenti inoltre sono tenuti a firmare un impegno
scritto, e -come si è saputo in margine al caso Savoia-
i siti considerati inopportuni sono censurati da un apposito
dispositivo.
A quanto ci è dato di sapere non esiste però un
regolamento interno che disciplini chiaramente l'accesso e l'uso
dei dati relativi alla navigazione dei dipendenti, e definisca
gli obblighi di chi per ragioni professionali ne viene a conoscenza.
Una generica assicurazione di rispetto delle norme esistenti
è insufficiente. Sono invece necessarie misure concrete.
Mister Dati su questo punto è categorico: "Il datore
di lavoro ha l'obbligo di elaborare un regolamento relativo alla
sorveglianza, poiché detta sorveglianza può costituire
una minaccia per la sfera privata del dipendente" (punto
7.1 del documento citato). Nell'annesso 1 dice inoltre: "un'analisi
dei tabulati in relazione ad una persona determinata necessita
obbligatoriamente dell'esistenza di un regolamento scritto relativo
alla sorveglianza" (anche sul rispetto di questa disposizione
la procedura giudiziaria dovrà verosimilmente fare chiarezza).
Il Preposto sottolinea che in assenza di abusi nessuno deve poter
risalire dai dati registrati dal sistema ai nomi degli utilizzatori.
Per questo preconizza di separare nettamente le informazioni,
in modo che chi conosce la corrispondenza fra i numeri dei computer
e i nomi degli utilizzatori non possa avere accesso alle registrazioni
dell'attività su Internet, e viceversa. Ciò è
tuttavia possibile soltanto se vengono adottate procedure chiare,
definite con esattezza, e -aggiungiamo noi- verificabili.
Per questo motivo l'SSM chiede alla RTSI l'elaborazione congiunta
del regolamento dichiarato obbligatorio dall'incaricato federale,
nonché l'introduzione di un ombudsman interno, designato
congiuntamente dalla direzione e dal personale, con la funzione
di verificare l'applicazione del regolamento, di pronunciarsi
nei casi in cui i dipendenti ne temano una violazione, di verificare
l'applicazione delle disposizioni in materia di protezione dei
dati e di chiarire i casi dubbi sottoposti dall'azienda o dai
dipendenti.
Solo in questo modo potrà essere pienamente garantito
il massimo rispetto della personalità dei dipendenti,
e si potranno dissipare i timori di controlli occulti che sono
inevitabilmente serpeggiati tra il personale nelle scorse settimane.
Dal documento dell'incaricato
federale alla protezione dei dati (nostra traduzione)
- l'analisi continua dei dati relativi agli
accessi Internet costituisce una intromissione vietata negli
affari dei dipendenti
- solo quando le misure di prevenzione risultano
insufficienti ad impedire abusi il datore di lavoro è
autorizzato ad analizzare i dati relativi ad uno specifico utilizzatore
- prima di procedere a verifiche individuali
dell'uso di Internet il personale nel suo insieme deve essere
avvertito
- il tentativo di accedere a siti Internet
bloccati da dispositivi tecnici non costituisce un abuso
- il datore di lavoro non è autorizzato
a prendere conoscenza del contenuto dei messaggi di posta elettronica
privati
- la cifratura dei messaggi di posta elettronica
privati è ammessa
- non è ammessa la soppressione di
file personali dal computer di un collaboratore senza averlo
informato e senza avergli dato la possibilità di trasferirli
su di un supporto privato (es. dischetto)
Domande e risposte - dal sito dell'incaricato
federale alla protezione dei dati (estratto)
Che cosa è un regolamento che disciplina la sorveglianza?
Si tratta di un regolamento che stabilisce quali sono i controlli
a cui possono essere sottoposti i lavoratori. Esso definisce
pure le modalità di comunicazione dei controlli individuali
ai superiori e le sanzioni che si possono applicare.
È necessario che i dipendenti siano informati per scritto
in merito a una possibile sorveglianza oppure è sufficiente
un'informazione orale?
I dipendenti devono essere informati per scritto se il datore
di lavoro - dopo aver constatato abusi -intende eseguire controlli
individuali. I controlli anonimi sono sempre consentiti; è
tuttavia raccomandabile informare i dipendenti di questa eventualità.
Il datore di lavoro può in ogni momento eseguire controlli
individuali?
No. I controlli individuali sono consentiti unicamente se esiste
un regolamento che disciplina la sorveglianza e se è stato
constatato un abuso in occasione di un controllo anonimo. Il
controllo individuale preventivo non è permesso.
I controlli individuali sono consentiti unicamente in caso
di abuso. Che cosa si intende dunque per abuso?
Vi è abuso quando un impiegato viola le disposizioni del
regolamento di utilizzazione, oppure - nel caso in cui non esista
un siffatto regolamento - l'obbligo di fedeltà nei confronti
del datore di lavoro o il principio della proporzionalità.
Con obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro
si intende la salvaguardia degli interessi di quest'ultimo. Navigare
su Internet durante le ore di lavoro per un tempo superiore alla
media può essere ritenuta una violazione del principio
della proporzionalità e una mancanza all'obbligo di fedeltà.
In questi casi è consentito un controllo individuale del
protocollo, sempreché vi sia un regolamento che disciplina
perlomeno la sorveglianza.
Chi ha accesso al protocollo e può così esercitare
la sorveglianza?
Di regola non è il superiore stesso a esercitare la sorveglianza,
ma il servizio di informatica o l'addetto designato. I controlli
sono comunicati al superiore unicamente nell'ambito del regolamento
che disciplina la sorveglianza.
Il datore di lavoro può leggere gli e-mail degli impiegati?
No, il contenuto degli e-mail deve rimanere inaccessibile al
datore di lavoro in quanto appartiene alla sfera privata dei
lavoratori ed è pertanto degno di protezione. Anche se
vige il divieto di utilizzazione privata della posta elettronica
sul posto di lavoro, il contenuto dei messaggi deve comunque
restare privato. Se in occasione di un controllo aleatorio nasce
il sospetto che un salariato violi il divieto di utilizzazione
della posta elettronica, si deve procedere al controllo dell'
indirizzo. Qualora questo non dovesse essere possibile si deve
domandare al lavoratore se il messaggio e-mail in questione è
di natura privata oppure no.
Perché il datore di lavoro non può infliggere
immediatamente le sanzioni se, per la prima volta, scopre un
abuso che tuttavia non cagiona problemi di ordine tecnico?
Le sanzioni immediate, come per esempio il licenziamento di un
dipendente colpevole di aver navigato eccessivamente su Internet,
non sono conformi al principio della proporzionalità.
Il datore di lavoro deve informare il lavoratore che ha constatato
un abuso e che procederà in futuro a un controllo individuale
per controllare il rispetto delle regole. Vi possono tuttavia
essere eccezioni - per esempio in relazione con la pornografia
infantile o il razzismo - che giustificano l'immediata applicazione
delle sanzioni.
Se, in occasione di un controllo, il datore di lavoro ha il
sospetto fondato che sia stato commesso un reato può cercare
di individuarne il responsabile di propria iniziativa?
Il perseguimento penale è riservato alle autorità
penali; il datore di lavoro può unicamente assicurare
le prove necessarie per la denuncia della persona sospetta. Se
vi è il sospetto della commissione di un reato il datore
di lavoro può - sulla base del principio della proporzionalità
- procedere all'identificazione del sospetto a prescindere dall'insorgenza
di un problema tecnico. Se egli non intende sporgere denuncia,
sono applicabili le regole della sorveglianza in materia di diritto
del lavoro e le rispettive sanzioni.
Dove e in che modo deve procedere il lavoratore che ritiene
di essere stato vittima di controlli non autorizzati da parte
del datore di lavoro?
Sotto il profilo del diritto civile il lavoratore può
intentare un'azione contro il datore di lavoro per lesione della
personalità, preferibilmente dinanzi al tribunale del
lavoro che di regola prevede una procedura rapida e gratuita.
Sotto il profilo del diritto penale il lavoratore può
adire le autorità competenti per lesione della sfera privata
o per sottrazione di dati personali. Di regola si sporge denuncia
presso la polizia.
L'INCHIESTA
Va in stampa la calunnia
e la disinformazione
Nella Svizzera italiana manca un giornalismo
d'inchiesta.
Ben venga allora "L'inchiesta",
il periodico di Matteo Cheda.
Si può riassumere così il commento benevolo - con
qualche distinguo, bisogna pure dire - di alcuni commentatori,
intervenuti a dire la loro sul modo di informare e di fare informazione
scelto da Cheda per la sua rivista. Dopo l'ultimo esempio di
questo tipo di giornalismo ("Rtsi: i baroni dello spreco",
"Rtsi, va in onda cosa nostra"), il Sindacato svizzero
dei massmedia esprime la sua profonda indignazione, e denuncia
con forza questa inaccettabile manipolazione (interessata?) della
realtà.
L'ultimo dossier del periodico "L'Inchiesta" è
una summa di attacchi generici, senza un minimo di correttezza
giornalistica, senza verifica alcuna. E' un "déjà
vu" datato, fin dai tempi degli attacchi dei "Liberi
e svizzeri" e poi del "Mattino della Domenica".
Ma rispetto al passato, L'Inchiesta di Matteo Cheda dimostra
però di non conoscere molto bene ciò di cui sparla.
Se davvero ci fosse la volontà di denunciare "sprechi,
privilegi, favoritismi, nepotismo, mobbing, censure e veleni"
(mancano - nell'elenco dei reati - solo "gli assassinî"...)
si dovrebbe avere il coraggio (stigmatizzato come assente nella
maggior parte dei giornalisti Rtsi) di denunciarli in modo puntuale,
documentato, credibile.Invece, "L'inchiesta" spara
nel mucchio, sulla base di generici "si dice" esternati
da giornalisti, ora della Tsi, ora della Rsi, ora della Radio,
ora ex dipendenti, o che lavorano da molti anni. Se sono fatti
veri e non cicche raccolte qua e là, non c'è bisogno
di pseudo e nebulose conferme per suggellarne la veridicità.
Il pressapochismo, gli svarioni, le falsità contenute
nel giornalismo d'inchiesta... dell'Inchiesta ottiene l'effetto
perverso di togliere forza e credibilità a chi lavora
seriamente per migliorare tutto ciò che non funziona,
per denunciare gli abusi. Inaccettabile, per esempio, che il
dossier sulla Rtsi contenga una luga serie di errori (errori
tanto grossolani da suscitare dubbi che possano essere voluti
e strumentali a fini non dichiarati e nemmeno dichiarabili) che
potevano e dovevano essere evitati con una semplice telefonata
di verifica.
Bastino due piccoli esempi: l'asilo nido privato per i figli
dei dipendenti (per il quale si è impegnato anche il sindacato
Ssm) NON è "tutto gratis" (anzi, qualcuno si
lamenta che è troppo caro...), o che il fratello e il
marito di Elena Caresani sono la stessa persona e non c'è
quindi nessun rischio... d'incesto. "L'Inchiesta" di
Matteo Cheda, insomma, ha reso ancora una volta un pessimo servizio
proprio al giornalismo d'inchiesta.
Facciamo vivere il sindacato
Il sindacato cos'è? Come si sente
chi si mette a disposizione partecipando al comitato, alle diverse
commissioni o altro? È facile? Sempre gratificante? Pagante
magari anche dal punto di vista della carriera (... come vuole
far credere certa "stampa")? Oppure talvolta ci si
sente tra due fuochi: i colleghi che dicono che il sindacato
non fa nulla (però poi sono i primi a non segnalare gli
abusi o i problemi) e i vertici aziendali che dicono che il sindacato
è troppo insistente e invadente? Abbiamo ricevuto uno
sfogo di un nostro collega di comitato che chiede un po' più
di partecipazione e coinvolgimento da parte di tutti invece di
critiche sterili che non aiutano a migliorare e anzi scoraggiano.
Eccone alcuni spunti:
"È trascorso poco più
di un anno dall'inizio della mia avventura come membro del comitato
e mi accingo a trarre le prime valutazioni. L'esperienza è
certamente positiva, la collaborazione con i colleghi buona,....
però mi capita purtroppo spesso di sentire colleghi inveire
contro il sindacato come se questo fosse un'entità lontana
e staccata, quasi soprannaturale. Io sono convinto che il sindacato
sia composto da tutti noi e non sto parlando in modo retorico,
ci credo veramente, penso che tutti dovremmo collaborare; smettiamola
di assumere comportamenti di comodo e rimbocchiamoci le maniche
essendo più responsabili. Bisognerebbe iniziare con il
segnalare i problemi, i dubbi, le perplessità.
Il sindacato non si sogna le cose di notte,
se nessuno segnala i problemi, non può intervenire. Se
si inveisce gratuitamente si otterrà soltanto un momento
di sfogo personale avendo come unico effetto di offendere chi
si mette a disposizione. Forse bisognerebbe ricordare che chi
opera nel comitato sindacale lo fa solo e d esclusivamente a
scopo ideale, impiegando parecchie ore del proprio tempo libero
e a titolo del tutto gratuito.
Perdonatemi questo mio sfogo. Ma volevo esprimervi quanto mi
pesi e mi dia fastidio ascoltare inutili commenti che non sfociano
in nulla di fatto. È giusto che si critichi e si cerchi
di migliorare ciò che non funziona, ma è inutile
sparare a zero senza pensarci, dateci una mano per rendere efficace
il nostro impegno. "
Consumando
Alla RTSI, siamo sufficientemente "informati
e responsabili" in materia di riciclaggio? In quanti possiamo
dichiarare di fare la raccolta differenziata? D'altro canto,
l'azienda, si pone l'obiettivo di ottenere il massimo tasso possibile
di recupero? Poniamo il caso della carta, che non dovrebbe domandare
un grande impegno se solo si semplificasse l'operazione di raccolta,
attivando sistemi appropriati per invogliare a farlo.
Ci siamo rivolti a Marino Beretta responsabile della logistica
RTSI che si è detto disponibile ad affrontare la tematica;
di più, afferma di avere nel cassetto una serie di progetti,
e l'intenzione di procedere ad un'informazione puntuale e capillare
a tutti i collaboratori e collaboratrici. Dal canto nostro ci
proponiamo di allestire una sorta di Vademecum, per dare la possibilità
ad ognuno di risolvere il problema del come "sbarazzarsi"
dei rifiuti all'interno dell'azienda, per non limitarsi a nasconderli
e, fatalmente, a dimenticarli. Bisognerà partire da una
sorta di bilancio dei materiali che si utilizzano, tecnici e
no, riciclabili e no, dell'uso che se ne fa, giorno per giorno,
in ogni settore della catena di produzione di programmi radiofonici
e televisivi.
Ciò potrebbe permettere di valutare
i bisogni reali, limitare gli sprechi e di conseguenza i costi
di natura ambientale. Non si afferma nulla di nuovo evidenziando
che la massa delle materie prime utilizzate è andata crescendo
in maniera impressionante nel secolo passato; ad esempio, siamo
passati da un impiego di venti milioni di tonnellate di metalli
agli inizi del Novecento a quasi un miliardo e mezzo; il consumo
di carta è passato da quattro milioni di tonnellate a
circa centosessanta milioni: ovviamente è cresciuta a
dismisura la massa di rifiuti prodotti.
A parole siamo tutti ambientalisti, ma nei fatti? Proviamo a
fare un piccolo bilancio personale: separiamo i rifiuti riciclabili?
Quanti ne produciamo? Si potrebbe consumare meno e creare meno
rifiuti? O, meglio, si dovrebbe -e Marino Beretta sembra essere
di quest'avviso- se vogliamo tener conto per esempio delle indicazioni
di una fra le voci più autorevoli, quella del Worldwatch
Institute:
- il peso complessivo del nostro impatto
sui sistemi naturali deve essere riportato al livello in cui
non superi la capacità di carico della natura;
- il prelievo delle risorse rinnovabili
non deve superare la loro velocità di riproduzione;
- lo scarico di emissioni nell'ambiente
non deve superare la capacità di assorbimento dei recettori
(Sinks);
- il prelievo di risorse non rinnovabili
deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità
di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di
sostituirle.
*le buone notizie di Consumando*:
L'asilo nido è partito sotto i migliori auspici anche
dal punto di vista del rispetto ambientale e della salute dei
piccoli ospiti: si è cercato di dare priorità all'uso
di materiale ecologico.
Articolo Savoia
Nessuno spazio di mediazione da parte del
sindacato per arrivare a una composizione accettabile - per l'interessato
e per l'azienda - del „Caso Savoia".
La direzione si è espressa categoricamente durante la
riunione straordinaria della Commissione di Concertazione richiesta
dall'SSM.
Al sindacato, escluso dalla vertenza fin dall'inizio, è
stata negata ogni possibilità d'intervento.
La delegazione dell'SSM ha espresso altrettanto chiaramente il
suo disaccordo per come è stato gestito il caso, e ha
riaffermato che ritiene il provvedimento affrettato e sproporzionato.
Perché ?
La Direzione, nel suo comunicato in Intranet
del 25.8 ("Alcune delle domande più diffuse"),
in risposta alla domanda: "Perché non un provvedimento
meno grave, ad esempio una sospensione?", scrive:
"La nuova CCl non contiene più alcuna possibilità
di 'sospendere' un collaboratore. Al tempo stesso l'azienda è
convinta che quella adottata, certo non a cuor leggero, fosse,
purtroppo, la sola decisione possibile".
Claudio Generali (nell'intervista rilasciata a "L'Inchiesta")
afferma:
"del resto il contratto collettivo di lavoro voluto dai
sindacati prevede solo due soluzioni: o l'ammonimento o il licenziamento".
Alla luce di queste due affermazioni, sembra quasi che la responsabilità
del licenziamento in tronco di Savoia sia del sindacato, che
ha voluto il nuovo CCL.
In realtà chi non ha assolutamente più voluto il
criterio di gradualità per i licenziamenti nel nuovo CCL
è stata la SSR.
Il perché è abbastanza evidente: il licenziamento
in tronco non prevede la consultazione e quindi la mediazione
del sindacato, che danno luogo a procedure lunghe e laboriose.
E nella vicenda Savoia, malgrado la delicatezza del caso e la
situazione di sovraesposizione del servizio pubblico agli attacchi
incrociati dei più vari gruppi di potere (in vista della
prossima votazione al nazionale sulla nuova Legge sulla Radio
e la Televisione), la Direzione ha deciso di servirsi comunque
della facoltà attribuitale dal nuovo CCL, mettendo il
sindacato di fronte al fatto compiuto e ottenendo un risultato
opposto a quello voluto: la discussione sul caso è diventata
pubblica, con le conseguenze che conosciamo.
È lecito quindi chiedersi, come fa l'opinione pubblica,
perché la Direzione abbia deciso il licenziamento in tronco.
Secondo la Direzione la gravità
dei fatti contestati al collega Savoia sarebbe tale da rendere
il licenziamento in tronco l'unico provvedimento adeguato al
caso. Nella lettera in cui Savoia avrebbe dovuto rispondere (al
superiore diretto Edy Salmina) alle accuse mossegli, non ci sarebbe
nessun segno di ravvedimento, nessun riconoscimento delle proprie
responsabilità. Il contenuto di quella lettera sembra
dunque essere stato il detonatore del licenziamento in tronco.
Senza entrare nel merito delle accuse mosse a Savoia, che non
conosciamo, se non per quanto è stato pubblicato, dopo
una lettura attenta della lettera in cui Savoia dà la
sua versione dei fatti, siamo convinti che ci sarebbe stato spazio
per il dialogo.
La Direzione afferma tra l'altro che la forma del licenziamento
in tronco del collega è stata adottata proprio per salvaguardare
gli interessi di Sergio Savoia, permettendo di non mettere in
pubblico la vicenda.
Ci risulta però che il licenziamento in tronco per gravi
motivi sia stato comunicato "urbi et orbi" nel Radiogiornale
della sera, e che proprio la pubblicità data al provvedimento
abbia scatenato il pandemonio che conosciamo, con grave pregiudizio
della persona di Savoia e dell'immagine della RTSI.
Il minimo che si possa dire è che
si è agito maldestramente, cumulando, nella comunicazione,
una serie di passi falsi.
Oggi tutti noi paghiamo duramente lo scotto di quel che riteniamo
un errore strategico. Tutti sparano sul pianista, il pubblico
si sente offeso e tradito, e su questo sentimento, da più
parti e in varie forme (anche le più deteriori: vedi il
"Dossier" de "L'Inchiesta") gioca pesante
chi ha grossi interessi economici a screditare il servizio pubblico.
Tocca a noi tutti, certo, con la qualità del nostro lavoro
quotidiano, e reagendo duramente agli attacchi falsi e interessati,
continuare a dimostrare nei programmi l'utilità sociale
e pubblica della RTSI, ma è la direzione, in questo momento,
che deve saper ricucire lo strappo tra il paese e la sua radiotelevisione
Il mondo del lavoro nell'era dell'immediatezza
e della rivoluzione tecnologica
Alcuni spunti di riflessione della
Consigliera federale Ruth Dreifuss
Lavoro, solidarietà e sindacato:
è a partire da queste triade dall'alto valore simbolico
che mi è stato proposto di sviluppare alcune riflessioni
sui mutamenti in corso nel mondo del lavoro. Queste tre parole
- che costituiscono dei punti di riferimento importanti per la
coesione sociale, ma soprattutto per i valori promossi della
sinistra - non sfuggono ad una crisi d'identità che rimette
in discussione il loro significato originario. Non credo che
si tratti di una crisi d'identità profonda, ma piuttosto
il risultato di cambiamenti globali che si manifestano attraverso
dei sintomi di "crisi". Questi sintomi testimoniano
i mutamenti importanti nella percezione dei valori essenziali
della nostra società. Mi sembra quindi importante soffermarmi
con attenzione su questi sintomi ed analizzare il loro legame
con il lavoro, la solidarietà ed il sindacalismo.
I sintomi dei mutamenti epocali legati
alla rivoluzione tecnologica
Un primo sintomo è costituito dalla
tendenza sempre più crescente ad adottare uno stile di
vita invididualistico, al quale si sovrappone la perdita di potere
della politica nei confronti del mondo economico. Questi cambiamenti
hanno effetti immediati sui legami di solidarietà a livello
individuale, ma anche a livello collettivo, poiché la
perdita d'influenza della politica è troppo spesso accompagnata
da una riduzione del ruolo dello stato che conduce inesorabilmente
verso un disimpegno nei confronti della collettività.
Sono in primo luogo i sindacati ad essere chiamati all'appello
per evitare una riduzione delle prestazioni dello stato sociale
e mantenere condizioni di lavoro eque e dignitose.
Una seconda spia - forse meno visibile
- è data dal carattere immediato e subitaneo degli eventi,
nel quale ci troviamo coinvolti quotidianamente. Sono convinta
che questa immediatezza sia all'origine di un certo malessere
fra le persone. Assistiamo impassibili a fenomeni come la storia
in movimento, la storia in diretta che non ci permettono di prendere
la necessaria distanza e lasciano quindi poco spazio all'approfondimento.Questo
flusso d'informazioni continuo ed istantaneo ha conseguenze dirette
anche sul mondo del lavoro ed in particolare nel settore dei
massmedia elettronici, nel quale i giornalisti sono costretti
ad inseguire, catturare e commentare in tempo reale gli eventi
per anticipare la concorrenza, riducendo ai minimi termini il
tempo della riflessione e dell'analisi ad ampio respiro. La necessità
di reagire in tempi brevi e la forte concorrenza spingono infine
le aziende a mettere sotto pressione i propri collaboratori,
esigendo prestazioni sempre più rapide e quantificabili.
Questa corsa sfrenata alla prestazione immediata causa spesso
malessere, stress ed insoddisfazione, riducendo nel contempo
la disponibilità ad essere solidali con le altre persone.
La rivoluzione tecnologica è certamente
alla base di questi cambiamenti. Essa rappresenta una delle grandi
rivoluzioni dell'umanità dopo quella neolitica, che ha
permesso di decuplicare la popolazione mondiale, e dopo la rivoluzione
industriale che ha gettato le basi del capitalismo moderno. Le
nuove tecnologie informatiche hanno modificato in modo fondamentale
il nostro modo di essere, di comunicare e di interagire. I confini
fra il mondo reale e quello virtuale si fanno sempre più
labili. La rivoluzione tecnologica ha dato origine a nuove forme
di capitalismo, nel quale l'informazione è diventuta una
materia prima fondamentale. Le nuove tecnologie, vere forze motrici
dell'economia, hanno ristretto il tempo e lo spazio, rivoluzionato
gli scambi, rimesso in questione determinate conquiste sociali,
costringendo inoltre i governi e la politica a ripensare il loro
ruolo.
Alla ricerca di spazi di riflessione
per trovare risposte collettive e durevoli
Di fronte a questi mutamenti repentini
ed epocali alcuni di noi potrebbero essere tentati di reagire
in modo nostalgico, rimpiagendo semplicemente i tempi gloriosi,
nei quali i sindacati erano più forti, e la solidarietà
vissuta in modo più completo. Mi chiedo tuttavia, se questi
tempi gloriosi siano veramente esistiti. E' fuor di dubbio che
possiamo spesso trovare conforto nella storia e nelle conquiste
del movimento operaio, del movimento femminista o nella lotta
contro il colonialismo per renderci conto dell'importanza del
cammino percorso. Questa consapevolezza storica permette anche
di parare la minaccia dell'immediatezza, del "tutto adesso
e subito", poiché ci stimola a volgere lo sguardo
verso le nostre radici, ad analizzare e riprendere di nuovo fiato
prima di tuffarci nella quotidianità. Sono queste preziose
pause di riflessione che dovrebbero stimolarci piuttosto che
rimanere bloccati nella nostalgia dei tempi passati.
Altre persone invece predicono "la
fine del lavoro". Questa prospettiva ci spinge a riflettere,
provocando talvolta una sensazione d'insicurezza, se non di angoscia.
Sono tuttavia convinta che dobbiamo confrontarci con gli sconvolgimenti
causati dalla rivoluzione tecnologica e combattere nel medesimo
tempo i rischi, i pericoli e le conseguenze disastrose che la
globalizzazione economica provoca sulle persone più vulnerabili.
Sono necessarie risposte collettive, durevoli e solidali per
far fronte all'aumento della povertà, dell'esclusione,
della discriminazione razziale e della precarietà professionale.
Queste risposte comuni sono particolarmente urgenti nei settori
della salute, della protezione sociale e nella lotta contro il
peggioramento delle condizioni climatiche su scala planetaria.
Se la fine del lavoro non è per
domani, mi preoccupano invece alcuni effetti perversi, come l'aumento
del numero di "working poor". Sappiamo che in Svizzera
sono soprattutto alcuni gruppi di popolazione ad esseri toccati
da questo fenomeno di nuova povertà: si tratta in particolare
delle donne, delle famiglie monoparentali, dei lavoratori stranieri
e delle famiglie con più di tre bambini. Sono all'incirca
250 mila (7,5% della popolazione attiva) le persone che vivono
al di sotto della soglia di povertà, malgrado esse svolgano
un'attività lucrativa. Un altro fenomeno inquietante è
quello dell'esplosione di nuove patologie legate al lavoro. Penso
in particolare allo stress generato da condizioni di lavoro difficili,
ai rischi per la salute dovuti ad attività pesanti e pericolose,
al mobbing e all'insicurezza dovuta alle minacce incombenti di
licenziamenti, soprattutto nei periodi di recessione economica.
Gli effetti perversi di queste situazioni disumane sono conosciuti
e sono stati anche in parte quantificati. Secondo un recente
studio dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Organizzazione
internazionale del lavoro il 20% delle persone attive in Europa
soffre di problemi psichici in una determinata fase del proprio
percorso professionale.
Dare un volto ed un'identità
all'esclusione sociale
Non è tuttavia abbastanza constatare
questi problemi. Abbiamo bisogno di dare un volto ad una certa
realtà sociale. Le cifre - che rendono visibili i fenomeni
d'esclusione - devono essere pubblicate, discusse e imparate
a memoria. E' questo l'unica via per non abituarsi, per non rassegnarsi
e mantenere intatte le capacità di mobilitazione. Sono
persuasa che l'impegno dei movimenti collettivi a favore dei
"sans-papiers" è intimamente connesso al bisogno
di dare dei volti e delle identità alle vittime di un
fenomeno di sfruttamento senza pietà. Le azioni di resistenza
sono quindi possibili. Poco importa, se esse sono organizzate
in modo locale oppure a livello planetario. L'essenziale è
poter contare sull'impegno e sulla mobilitazione di ogni singola
persona. Se ci atteniamo ai sondaggi, tre persone su quattro
in Svizzera romanda sono convinte della necessità e dell'utilità
d'impegnarsi. Le possibilità di rendersi utili non mancano
anche in tempi di rapida evoluzione. Non credo che la nostra
società sia corrosa da un individualismo sfrenato e minacciata
da un'erosione ineluttabile della solidarietà. Basti pensare
all'importanza che riveste il volontariato nel nostro paese.
Ho potuto toccare con mano l'importanza
di queste attività anche quest'anno che l'ONU ha deciso
di consacrare all'impegno dei volontari. In Svizzera una persona
su quattro svolge un'attività di volontariato. Sono soprattutto
le donne ad assumere questi compiti. E' molto importante incoraggiare
queste attività che rappresentano un'occasione di crescita
personale e collettiva. Sogno di una società, nella quale
gli uomini e le donne possano trovare un equilibrio fra lavoro
ed il proprio sviluppo personale. Per raggiungere questo obiettivo
ambizioso è indispensabile facilitare i passaggi fra vita
attiva, formazione continua, volontariato ed altre attività
che permettono ad ognuno di noi di realizzare i propri sogni.
Sono consapevole che questo cambiamento richiede tempo, poiché
rimette in discussione il ruolo centrale del valore attribuito
al lavoro in un paese che presenta uno dei tassi di produttività
più elevati e figura nel plotone di testa per il numero
di ore supplementari.
Rivalorizzare il ruolo dei sindacati
a livello planetario
Nella gestione di questi cambiamenti il
sindacato assume un ruolo centrale. I cantieri aperti non mancano
infatti. La globalizzazione ci confronta alla questione sociale.
Questi sconvolgimenti - che presentano rischi, ma anche potenzialità
di crescita e sviluppo personale - hanno spinto i sindacati a
reagire, ricorrendo ad esempio alla rete virtuale (internet)
per reclutare i propri membri, distribuire messaggi ed aumentare
il livello d'organizzazione sindacale delle persone attive. Abbiamo
quindi ancora bisogno di sindacati forti che sono in grado di
battersi per concludere contratti collettivi di lavoro che permettano
a tutte le persone di vivere in modo dignitoso. I sindacati hanno
anche un ruolo importante da svolgere nella formazione continua
delle persone attive.
Il livello di formazione ha infatti un'influenza
diretta sulla remunerazione e sulle condizioni generali d'impiego.
Essa rappresenta quindi un mezzo indispensabile per lottare contro
salari miseri e soprattutto per rivalorizzare le persone più
vulnerabili. Anche i datori di lavoro, come i sindacati, sono
chiamati ad assumersi le loro responsabilità nei confronti
di queste persone e sono pure invitati ad aumentare i loro sforzi
per integrare gli immigrati al posto di lavoro, evitando manifestazioni
di razzismo e di xenofobia. A livello internazionale è
infine indispensabile rafforzare i legami fra le organizzazioni
sindacali per far rispettare condizioni di lavoro e salariali
minime, per dare una risposta comune alle nuove forme di lavoro
ed arginare i tentativi di ridimensionare le conquiste sociali
ottenute dopo aspre battaglie. E' unicamente attraverso risposte
collettive, durevoli e coordinate che le organizzazioni non governative,
in primo luogo i sindacati potranno raffermare il primato della
politica nei confronti dell'economia.
È nato MOVENDO
L'istituto di formazione dei sindacati
Quest'estate è nato Movendo un istituto
di formazione voluto dai sindacati affiliati all'Unione Sindacale
Svizzera. L'SSM crede che la formazione sia fondamentale è
per questo motivo che ha partecipato attivamente alla concezione
dei corsi proposti dal nuovo istituto e ha preso degli impegni
finanziari in questo senso. La proposta di formazione è
quindi stata allargata e potrà esserlo ulteriormente grazie
ai vostri suggerimenti. Se siete interessati chiedete al nostro
segretariato (SSM Lugano) il catalogo delle offerte per quest'autunno.
1° Congresso mondiale UNI a Berlino
All'inizio di settembre si è tenuto
a Berlino il primo congresso mondiale dell'UNI (federazione internazionale
di sindacati con più di 15 mio di affiliati del quale
facciamo parte) i primi due giorni sono stati dedicati alle donne.
Un articolo sul tema nel prossimo numero dell'informatore.
LO SCRIPT - LA SCRIPT
La "memoria" dello studio
Per questa seconda puntata sulle professioni
abbiamo scelto lo/la script, quindi un'altra professione "dietro
le quinte" forse un po' troppo poco conosciuta e quindi
poco riconosciuta.
Il mestiere in poche parole
Lo definirei assistente alla regia perché siamo sempre
a fianco del regista e collaboriamo strettamente con lui. È
una professione molto variata, si lavora con molta gente e sempre
in team. Per fare questo lavoro bisogna essere una persona che
si sa adattare perché si lavora sempre con persone differenti
e a orari differenti. Ogni programma ha le sue specificità
e noi dobbiamo ricordarci di volta in volta le diverse trasmissioni
anche se a distanza di mesi, non è evidente perché
il team va avanti mentre noi cambiamo sempre. Non è solo
un lavoro tecnico, il nostro è anche un lavoro umano,
dobbiamo riuscire a far andare d'accordo il team, cercare di
far superare le incomprensioni tra le persone. Organizziamo quello
che sarà il lavoro di registrazione o di diffusione. Dapprima
c'è il primo contatto con il regista che ci dà
diversi supporti che entreranno nel programma (musiche, spezzoni
video, testi,..), ci si spiega come sarà il programma,
com'è strutturato (sigla d'inizio, persone presenti, durata,
riprese esterne,...). Poi noi dobbiamo controllare che tutto
funzioni, dobbiamo segnalare i punti dove si possono inserire
i titoli, dobbiamo preparare la scaletta tecnica che verrà
distribuita a tutto il personale dello studio (regista, tecnici,
presentatori,...).
La parte principale del lavoro la svolgiamo
nello studio, la script rappresenta la memoria di tutto quanto
bisogna fare, siamo come i vigili che dirigono il traffico anche
se il regista rimane sempre il direttore d'orchestra. Finito
il lavoro in studio dobbiamo occuparci di rimettere a posto,
di stendere i fogli di emissione, di consegnare le scalette e
i supporti alla centrale video, di fare la dichiarazione delle
musiche per i diritti d'autore.
Siamo bravissime perché se non facciamo i passi giusti
mezzo mondo qui in TV viene a chiamarci. Abbiamo una grande mole
di lavoro. Siamo circa 25 script di cui, da quest'anno, 2 uomini.
Sono molto felice che inizino a interessarsi a questo lavoro
anche degli uomini, danno un migliore equilibrio, infatti non
è un mestiere prettamente femminile, anzi io auspicherei
la presenza di un maggior numero di uomini anche perché
ci aiuterebbero a portare avanti certe rivendicazioni, a far
riconoscere la professionalità di quello che facciamo
anche da parte dei nostri colleghi. Penso sia un ancestrale problema
femminile quello di non saperci far rispettare nella nostra professionalità,
ci poniamo verso il lavoro con un atteggiamento un po' vittimista
e quindi spesso gli altri non si rendono conto di quanto facciamo
a livello di preparazione e di organizzazione.
Da quanti anni lavora per la RTSI?
Sono 14 anni che lavoro in tele, ho cambiato 4 o 5 professioni.
Da 5 anni ho intrapreso la strada della script compreso lo stage
iniziale di un anno e mezzo, è previsto uno stage così
lungo proprio perché ci sono moltissime cose da imparare.
Quali sono le altre professioni che
ha esercitato all'interno della TSI?
Sono arrivata come segretaria con un incarico a tempo determinato,
poi sono rimasta è ho fatto l'annunciatrice, in seguito
e per un breve periodo mi sono occupata di un programma: lo preparavo,
facevo ricerca, redigevo i testi, lo presentavo, si è
trattato di un'esperienza molto interessante proprio perché
completa anche se si trattava di una piccola cosa. In seguito
sono stata segretaria coordinatrice di Barino, sono entrata a
contatto con la fiction e con il cinema svizzero, e poi sono
arrivata qui.
Il suo primo ricordo legato a questa
professione.
Il primo ricordo è stato il concerto pasquale, mi ha dato
moltissimo, ero stagiaire, eravamo a Locarno alla chiesa di San
Francesco, c'era la disponibilità della mia collega Luisa,
c'erano gli affreschi, la musica.... Quest'esperienza mi ha dato
l'idea del potenziale di questa professione.
Un ricordo un po' speciale
Alcuni giorni fa, ero a casa quando è successa la storia
delle torri Gemelle, ho pensato subito alle mie colleghe, ai
turni notturni, al nostro lavoro strettamente a contatto con
quanto succede nel mondo.
Se lei fosse il direttore generale cosa
cambierebbe?
Forse cercherei di inserire nel team più uomini per rendere
la professione meno sessista. Poi cercherei di fare in modo che
ci sia una consapevolezza maggiore del lavoro che svolgiamo da
parte di tutto il team, questo anche da parte nostra rispetto
alle altre professioni.
Meglio conosci cosa fanno gli altri, più facile diventa
relazionare e capire cosa stanno facendo , cosa sono i compiti
e i ruoli di ognuno e quindi meno incomprensioni e più
affiatamento, più facilità nel lavoro.
A cosa presterebbe attenzione?
Non dovremmo tralasciare mai il lato umano. A volte per esigenze
di tempo, di programma, ecc. ci si dimentica che si hanno di
fronte delle persone; penso sia un problema generale del mondo
del lavoro, non solo della nostra azienda, ma non siamo dei robot,
delle macchine, delle caselle da riempire.
È un bel lavoro?
Direi proprio di sì. Un bel lavoro, e lo potrebbe essere
ancora di più se si risolvesse quanto detto prima.
Una cosa di cui mi rendo conto è che è un lavoro
che è difficile conciliare se hai altri impegni fissi,
ci sto pensando di questi tempi perché sto per diventare
mamma e mi rendo conto che non sarà evidente conciliare
il tutto.
È un po' preoccupata?
Diciamo che mi sono fatta alcune domande, ho deciso di fare un
anno di congedo, tornerò a tempo parziale e sono molto
contenta che ci sia l'asilo nido che mi semplificherà
le cose (tra l'altro sono già andata a vederlo e mi è
piaciuto molto, sia il posto che le maestre), poi ho la fortuna
che il papà potrà collaborare visto che lavora
in modo indipendente e non è legato a orari troppo fissi.
Saremo genitori in due. Chissà come andrà?
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