SSMinformatore  Nr.268

 

 

 

 

 

 

 

 

titoli:  

Momento difficile per il servizio pubblico

 

La battaglia tra difensori e oppositori del servizio pubblico continua senza esclusione di colpi.
Non soltanto nel nostro paese ma un po' ovunque la tendenza dominante è quella di privatizzare servizi, soprattutto quelli più redditizi. Schierarsi contro la privatizzazione dei servizi pubblici oggi, per l'opinione dominante, significa: essere di retroguardia, non capire la nuova economia.
Ma, almeno nel nostro paese, dove la popolazione ha la possibilità di esprimere il proprio parere in votazioni popolari, il sovrano si è opposto alle privatizzazioni facili dimostrando di non credere alle lusinghe di imprenditori il cui unico scopo è quello di fare soldi senza preoccuparsi dei bisogni reali di tutti i cittadini. E' stato il caso del canton Vaud dove la popolazione ha respinto la privatizzazione della Banca Cantonale, oppure di Zurigo,Nidwaldo e di Bellinzona dove in votazione popolare è stata cambiata una decisione del Consiglio Comunale che voleva privatizzare l'Azienda Elettrica Comunale.

La gente oggi oramai non si fida più perché si è accorta che le promesse degli imprenditori non possono essere mantenute e che certi servizi pubblici non possono essere semplicemente dati ai privati in quanto è in gioco un servizio a tutta la popolazione: sia che abitino in città o in periferia, in campagna o in montagna,sia che provengano da un gruppo linguistico, culturale o religioso maggioritario o minoritario, tutti devono avere gli stessi diritti.

Tra i servizi pubblici indispensabili all'equilibrio e alla pacifica convivenza delle diverse componenti del nostro paese c'è la radiotelevisione di servizio pubblico affidata alla "SSR/SRG Idée Suisse".
Ed anche qui, manco a dirlo, i privati sentono odore di denaro ed ecco puntuali le richieste di maggior privatizzazione della Radiotelevisione in Svizzera a scapito naturalmente, dell'emittente pubblica.
Ma in questo caso la questione è ancora più grave perché le richieste sono senza limiti.
Schawinski, il "Guru" delle emittenti private svizzero tedesche,propone che il 40% del canone sia destinato ai privati il resto al servizio pubblico. Lombardi di Teleticino è più "modesto" propone invece il 10%.


Ma vi rendete conto della faccia tosta di Schawinski, che, dopo aver lasciato a casa 74 impiegati ed aver messo da parte una quarantina di milioni di franchi chiede l'aiuto dei cittadini per i suoi affari privati. Come dire che i soldi pubblici andrebbero a rimpinguare i dividendi dei suoi azionisti, tra i quali le grandi banche svizzere.

Indebolire l'immagine della SSR e dimostrare la necessità di creare un polo privato forte sovvenzionato dal canone,sembra essere la strategia dei privati che, da quando è terminata la procedura di consultazione sulla nuova legge Radio TV, non lesinano critiche e attacchi.
La proposta di nuova legge infatti sanziona la necessità di mantenere un servizio pubblico forte in Svizzera e lasciare totalmente aperto lo spazio per emittenti private finanziate dalla pubblicità, ma ai privati questo non basta e da qui la loro protesta.

Per la Svizzera Italiana l'esistenza di un servizio pubblico radiotelevisivo nel territorio,la RTSI, è assolutamente indispensabile, addirittura vitale per il ruolo politico e culturale che esso svolge e non da ultimo per l'indotto economico che porta con se ( 1100 impieghi e attività qualificate nella regione). Tutto questo oggi è possibile grazie ad una chiave di riparto dei mezzi finanziari destinati alla SSR, federalista, solidale, a noi molto favorevole.

Sembra ovvio che tutto questo vada difeso in tutti i modi e da tutti, eppure non è così.
Ne sono un esempio i numerosi attacchi strumentali portati alla RTSI e sfociati recentemente in uno scorretto attacco del periodico l'Inchiesta. Ma ancora più incomprensibile sembra essere il fatto che numerosi attacchi siano suggeriti dall'interno dell'azienda.
Purtroppo la stessa dirigenza RTSI non sta facendo molto per tenere alta l'immagine della RTSI. La maniera con la quale ha gestito il caso Savoia è il più clamoroso esempio.
Persino l'associazione cantonale per la difesa del servizio pubblico ha stigmatizzato l'accaduto. Ora, senza entrare nei dettagli del caso (lo abbiamo fatto in altre sedi) siamo del parere che si poteva e doveva agire diversamente.
Purtroppo oggi a risentirne è l'immagine di un'azienda che ha assolutamente bisogno del sostegno popolare,
Stando alle lettere pubblicate dai giornali o dalle centinaia di firme raccolte la RTSI è purtroppo a livelli di popolarità molto bassi.
All'orizzonte si profila la convocazione di un'assemblea straordinaria della CORSI che si prospetta come uno scontro molto pericoloso.
Chi vuole attaccare il servizio pubblico radiotelevisivo per i propri fini ha la possibilità direttamente o indirettamente di farlo anche magari approfittando di possibili alleanze trasversali. Cosa farà la dirigenza RTSI?
Noi sappiamo solo che difenderemo il servizio pubblico radiotelevisivo con tutti i nostri mezzi.

 

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L'ombra del grande fratello


Poniamo il caso che presso i bar della Radio e della TV venga installata una nuova apparecchiatura, in grado di rilevare automaticamente la durata delle pause dei dipendenti. Se ne potrebbero ottenere tutta una serie di statistiche, in grado di indicare per ognuno la frequenza e la durata delle presenze al bar, con tanto di classifiche mensili o settimanali. In casi particolari si potrebbero anche notare dei "picchi" sospetti nella presenza di singole persone o addirittura di intere categorie professionali, dai quali potrebbe essere considerato lecito desumere un danno per l'azienda, o una situazione di scarso rendimento lavorativo.


Oppure ancora, solo per un momento, immaginiamo che una mente diabolica trovi il modo di registrare automaticamente il titolo e il contenuto di tutti gli articoli che vi trovate a leggere in orario d'ufficio. Un sistema perfezionato, capace di stabilire anche il tempo impiegato per ogni singolo testo: un'occhiata al titolo e via, oppure una lettura attenta e approfondita. Quanti sono i dipendenti della RTSI che data un'occhiata distratta ai titoli delle prime pagine si soffermano lungamente sulle pagine sportive senza appartenere alla redazione deputata ad occuparsene? Forse nessuno, magari troppi. Questa sofisticata tecnologia permetterebbe di rilevare subito eventuali esagerazioni, e in caso di sospetto abuso di adottare le misure ritenute opportune.


Si tratta naturalmente di due ipotesi del tutto immaginarie. Sistemi del genere verrebbero verosimilmente considerati da chiunque inefficaci ed inopportuni.
Inefficaci, prima di tutto, poiché sarebbe difficile stabilire una correlazione diretta e univoca tra le lunghe pause al bar (o la lunga lettura di articoli sportivi) e il rendimento professionale. Come noto al bar ci si può anche lavorare, e probabilmente fra gli appassionati di sport vi sono professionisti eccellenti da ogni punto di vista. Eventuali problemi di assenteismo, di scarso rendimento o di comportamento inadeguato sono reali quando si manifestano concretamente nel lavoro, non quando vengono desunti da una serie di statistiche. Inoltre difficilmente i dati rilevati in questo modo potrebbero avere un valore di prova, poiché i margini di errore e le possibilità di manipolazione sono molto elevati.


Inopportuni, poi, perché accanto agli usi dichiarati non sarebbe possibile escludere a priori "effetti secondari", anche non voluti, che potrebbero condurre a violazioni dei diritti personali o anche professionali (pensiamo ad esempio, per i giornalisti, alla protezione delle fonti). L'introduzione di sistemi di controllo di questo tipo, inoltre, comporterebbe effetti molto negativi per il clima aziendale, e violerebbe il divieto della sorveglianza del comportamento dei dipendenti.
Vi è un campo, tuttavia, nel quale un sistema di registrazione automatica per alcuni aspetti simile a quelli ipotizzati esiste già: l'uso di Internet. Le apparecchiature che gestiscono il traffico di rete memorizzano ogni singola operazione di ogni singolo utente, annotando l'indirizzo di ogni pagina visitata, l'orario della visita, l'apparecchio da quale viene effettuata la richiesta, e altri dati che possono essere utilizzati per presumere il comportamento di un utilizzatore. La ragione primaria di questa registrazione automatica è molto seria e fondata: si tratta di uno strumento indispensabile per garantire la sicurezza del sistema informatico. Tuttavia poiché tali dati esistono, la possibilità di un uso volontariamente o involontariamente inopportuno o addirittura dannoso per gli utenti non può essere esclusa a priori. Sulla base di dati simili si potrebbero ad esempio trarre indebite conclusioni sugli orientamenti politici di singole persone, o sulla loro più o meno elevata professionalità.


È per questo motivo che un po' ovunque ci si interroga sui limiti ai quali deve essere sottoposto l'uso di tali registrazioni, e sui sottili confini fra usi leciti e usi lesivi dei diritti della persona. In Svizzera il punto di riferimento per questo genere di problemi è l'incaricato federale alla protezione dei dati, che ha emanato una "Guida sulla sorveglianza dell'utilizzazione di Internet e della posta elettronica sul posto di lavoro" all'intenzione delle amministrazioni pubbliche e dell'industria privata (disponibile in francese e in tedesco nel sito http://www.edsb.ch/framesi.html sotto la voce "News and Links").
In questo documento viene riconosciuto il diritto delle aziende di difendere i propri interessi, ma anche quello dei dipendenti al rispetto della propria sfera privata. Le aziende vengono incoraggiate ad adottare misure di prevenzione, e a rinunciare a forme di sorveglianza. Vengono inoltre enunciati alcuni principi guida (riassunti in parte nel riquadro), e formulate raccomandazioni.
Consapevole della delicatezza del problema l'SSM già tempo fa aveva sollevato il problema della protezione dei dati in una seduta della Commissione regionale di concertazione. La direzione della RTSI in quell'occasione ha garantito la propria buona fede e il rispetto delle direttive in materia, ma non è stato possibile andare oltre una dichiarazione verbale.


Il licenziamento del collega Savoia ha però riaperto drammaticamente la questione, e ha suscitato la preoccupazione di molti dipendenti. L'impossibilità di disporre di informazioni precise, e l'annunciata apertura di un'azione giudiziaria, impediscono nel caso specifico di esprimersi con cognizione di causa su di un'eventuale violazione dei diritti del collaboratore da parte della RTSI. Con l'azione giudiziaria sarà verosimilmente chiarito anche questo aspetto, assieme ad altri non meno importanti quali il valore di prova dei tabulati informatici, le modalità di interpretazione dei dati in essi contenuti, l'ottemperanza all'obbligo di informare il collaboratore dei controlli in atto, e così via.
Nell'attesa è però possibile chiedersi se tutte le misure raccomandate dall'incaricato federale abbiano trovato accoglienza alla RTSI, e dunque se è stato fatto tutto il possibile per evitare eventuali violazioni della sfera privata dei dipendenti.
Attualmente l'impiego di Internet alla RTSI è retto da una serie di norme e comunicazioni che definiscono i limiti d'uso consentiti. I dipendenti inoltre sono tenuti a firmare un impegno scritto, e -come si è saputo in margine al caso Savoia- i siti considerati inopportuni sono censurati da un apposito dispositivo.


A quanto ci è dato di sapere non esiste però un regolamento interno che disciplini chiaramente l'accesso e l'uso dei dati relativi alla navigazione dei dipendenti, e definisca gli obblighi di chi per ragioni professionali ne viene a conoscenza. Una generica assicurazione di rispetto delle norme esistenti è insufficiente. Sono invece necessarie misure concrete. Mister Dati su questo punto è categorico: "Il datore di lavoro ha l'obbligo di elaborare un regolamento relativo alla sorveglianza, poiché detta sorveglianza può costituire una minaccia per la sfera privata del dipendente" (punto 7.1 del documento citato). Nell'annesso 1 dice inoltre: "un'analisi dei tabulati in relazione ad una persona determinata necessita obbligatoriamente dell'esistenza di un regolamento scritto relativo alla sorveglianza" (anche sul rispetto di questa disposizione la procedura giudiziaria dovrà verosimilmente fare chiarezza).


Il Preposto sottolinea che in assenza di abusi nessuno deve poter risalire dai dati registrati dal sistema ai nomi degli utilizzatori. Per questo preconizza di separare nettamente le informazioni, in modo che chi conosce la corrispondenza fra i numeri dei computer e i nomi degli utilizzatori non possa avere accesso alle registrazioni dell'attività su Internet, e viceversa. Ciò è tuttavia possibile soltanto se vengono adottate procedure chiare, definite con esattezza, e -aggiungiamo noi- verificabili.
Per questo motivo l'SSM chiede alla RTSI l'elaborazione congiunta del regolamento dichiarato obbligatorio dall'incaricato federale, nonché l'introduzione di un ombudsman interno, designato congiuntamente dalla direzione e dal personale, con la funzione di verificare l'applicazione del regolamento, di pronunciarsi nei casi in cui i dipendenti ne temano una violazione, di verificare l'applicazione delle disposizioni in materia di protezione dei dati e di chiarire i casi dubbi sottoposti dall'azienda o dai dipendenti.


Solo in questo modo potrà essere pienamente garantito il massimo rispetto della personalità dei dipendenti, e si potranno dissipare i timori di controlli occulti che sono inevitabilmente serpeggiati tra il personale nelle scorse settimane.

Dal documento dell'incaricato federale alla protezione dei dati (nostra traduzione)

  • l'analisi continua dei dati relativi agli accessi Internet costituisce una intromissione vietata negli affari dei dipendenti
  • solo quando le misure di prevenzione risultano insufficienti ad impedire abusi il datore di lavoro è autorizzato ad analizzare i dati relativi ad uno specifico utilizzatore
  • prima di procedere a verifiche individuali dell'uso di Internet il personale nel suo insieme deve essere avvertito
  • il tentativo di accedere a siti Internet bloccati da dispositivi tecnici non costituisce un abuso
  • il datore di lavoro non è autorizzato a prendere conoscenza del contenuto dei messaggi di posta elettronica privati
  • la cifratura dei messaggi di posta elettronica privati è ammessa
  • non è ammessa la soppressione di file personali dal computer di un collaboratore senza averlo informato e senza avergli dato la possibilità di trasferirli su di un supporto privato (es. dischetto)

 

Domande e risposte - dal sito dell'incaricato federale alla protezione dei dati (estratto)


Che cosa è un regolamento che disciplina la sorveglianza?


Si tratta di un regolamento che stabilisce quali sono i controlli a cui possono essere sottoposti i lavoratori. Esso definisce pure le modalità di comunicazione dei controlli individuali ai superiori e le sanzioni che si possono applicare.


È necessario che i dipendenti siano informati per scritto in merito a una possibile sorveglianza oppure è sufficiente un'informazione orale?


I dipendenti devono essere informati per scritto se il datore di lavoro - dopo aver constatato abusi -intende eseguire controlli individuali. I controlli anonimi sono sempre consentiti; è tuttavia raccomandabile informare i dipendenti di questa eventualità.


Il datore di lavoro può in ogni momento eseguire controlli individuali?


No. I controlli individuali sono consentiti unicamente se esiste un regolamento che disciplina la sorveglianza e se è stato constatato un abuso in occasione di un controllo anonimo. Il controllo individuale preventivo non è permesso.


I controlli individuali sono consentiti unicamente in caso di abuso. Che cosa si intende dunque per abuso?


Vi è abuso quando un impiegato viola le disposizioni del regolamento di utilizzazione, oppure - nel caso in cui non esista un siffatto regolamento - l'obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro o il principio della proporzionalità. Con obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro si intende la salvaguardia degli interessi di quest'ultimo. Navigare su Internet durante le ore di lavoro per un tempo superiore alla media può essere ritenuta una violazione del principio della proporzionalità e una mancanza all'obbligo di fedeltà. In questi casi è consentito un controllo individuale del protocollo, sempreché vi sia un regolamento che disciplina perlomeno la sorveglianza.


Chi ha accesso al protocollo e può così esercitare la sorveglianza?


Di regola non è il superiore stesso a esercitare la sorveglianza, ma il servizio di informatica o l'addetto designato. I controlli sono comunicati al superiore unicamente nell'ambito del regolamento che disciplina la sorveglianza.


Il datore di lavoro può leggere gli e-mail degli impiegati?


No, il contenuto degli e-mail deve rimanere inaccessibile al datore di lavoro in quanto appartiene alla sfera privata dei lavoratori ed è pertanto degno di protezione. Anche se vige il divieto di utilizzazione privata della posta elettronica sul posto di lavoro, il contenuto dei messaggi deve comunque restare privato. Se in occasione di un controllo aleatorio nasce il sospetto che un salariato violi il divieto di utilizzazione della posta elettronica, si deve procedere al controllo dell' indirizzo. Qualora questo non dovesse essere possibile si deve domandare al lavoratore se il messaggio e-mail in questione è di natura privata oppure no.


Perché il datore di lavoro non può infliggere immediatamente le sanzioni se, per la prima volta, scopre un abuso che tuttavia non cagiona problemi di ordine tecnico?


Le sanzioni immediate, come per esempio il licenziamento di un dipendente colpevole di aver navigato eccessivamente su Internet, non sono conformi al principio della proporzionalità. Il datore di lavoro deve informare il lavoratore che ha constatato un abuso e che procederà in futuro a un controllo individuale per controllare il rispetto delle regole. Vi possono tuttavia essere eccezioni - per esempio in relazione con la pornografia infantile o il razzismo - che giustificano l'immediata applicazione delle sanzioni.


Se, in occasione di un controllo, il datore di lavoro ha il sospetto fondato che sia stato commesso un reato può cercare di individuarne il responsabile di propria iniziativa?


Il perseguimento penale è riservato alle autorità penali; il datore di lavoro può unicamente assicurare le prove necessarie per la denuncia della persona sospetta. Se vi è il sospetto della commissione di un reato il datore di lavoro può - sulla base del principio della proporzionalità - procedere all'identificazione del sospetto a prescindere dall'insorgenza di un problema tecnico. Se egli non intende sporgere denuncia, sono applicabili le regole della sorveglianza in materia di diritto del lavoro e le rispettive sanzioni.


Dove e in che modo deve procedere il lavoratore che ritiene di essere stato vittima di controlli non autorizzati da parte del datore di lavoro?


Sotto il profilo del diritto civile il lavoratore può intentare un'azione contro il datore di lavoro per lesione della personalità, preferibilmente dinanzi al tribunale del lavoro che di regola prevede una procedura rapida e gratuita. Sotto il profilo del diritto penale il lavoratore può adire le autorità competenti per lesione della sfera privata o per sottrazione di dati personali. Di regola si sporge denuncia presso la polizia.

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L'INCHIESTA

Va in stampa la calunnia e la disinformazione

 

Nella Svizzera italiana manca un giornalismo d'inchiesta.
Ben venga allora "L'inchiesta",
il periodico di Matteo Cheda.


Si può riassumere così il commento benevolo - con qualche distinguo, bisogna pure dire - di alcuni commentatori, intervenuti a dire la loro sul modo di informare e di fare informazione scelto da Cheda per la sua rivista. Dopo l'ultimo esempio di questo tipo di giornalismo ("Rtsi: i baroni dello spreco", "Rtsi, va in onda cosa nostra"), il Sindacato svizzero dei massmedia esprime la sua profonda indignazione, e denuncia con forza questa inaccettabile manipolazione (interessata?) della realtà.


L'ultimo dossier del periodico "L'Inchiesta" è una summa di attacchi generici, senza un minimo di correttezza giornalistica, senza verifica alcuna. E' un "déjà vu" datato, fin dai tempi degli attacchi dei "Liberi e svizzeri" e poi del "Mattino della Domenica". Ma rispetto al passato, L'Inchiesta di Matteo Cheda dimostra però di non conoscere molto bene ciò di cui sparla.


Se davvero ci fosse la volontà di denunciare "sprechi, privilegi, favoritismi, nepotismo, mobbing, censure e veleni" (mancano - nell'elenco dei reati - solo "gli assassinî"...) si dovrebbe avere il coraggio (stigmatizzato come assente nella maggior parte dei giornalisti Rtsi) di denunciarli in modo puntuale, documentato, credibile.Invece, "L'inchiesta" spara nel mucchio, sulla base di generici "si dice" esternati da giornalisti, ora della Tsi, ora della Rsi, ora della Radio, ora ex dipendenti, o che lavorano da molti anni. Se sono fatti veri e non cicche raccolte qua e là, non c'è bisogno di pseudo e nebulose conferme per suggellarne la veridicità.


Il pressapochismo, gli svarioni, le falsità contenute nel giornalismo d'inchiesta... dell'Inchiesta ottiene l'effetto perverso di togliere forza e credibilità a chi lavora seriamente per migliorare tutto ciò che non funziona, per denunciare gli abusi. Inaccettabile, per esempio, che il dossier sulla Rtsi contenga una luga serie di errori (errori tanto grossolani da suscitare dubbi che possano essere voluti e strumentali a fini non dichiarati e nemmeno dichiarabili) che potevano e dovevano essere evitati con una semplice telefonata di verifica.


Bastino due piccoli esempi: l'asilo nido privato per i figli dei dipendenti (per il quale si è impegnato anche il sindacato Ssm) NON è "tutto gratis" (anzi, qualcuno si lamenta che è troppo caro...), o che il fratello e il marito di Elena Caresani sono la stessa persona e non c'è quindi nessun rischio... d'incesto. "L'Inchiesta" di Matteo Cheda, insomma, ha reso ancora una volta un pessimo servizio proprio al giornalismo d'inchiesta.

 

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Facciamo vivere il sindacato

Il sindacato cos'è? Come si sente chi si mette a disposizione partecipando al comitato, alle diverse commissioni o altro? È facile? Sempre gratificante? Pagante magari anche dal punto di vista della carriera (... come vuole far credere certa "stampa")? Oppure talvolta ci si sente tra due fuochi: i colleghi che dicono che il sindacato non fa nulla (però poi sono i primi a non segnalare gli abusi o i problemi) e i vertici aziendali che dicono che il sindacato è troppo insistente e invadente? Abbiamo ricevuto uno sfogo di un nostro collega di comitato che chiede un po' più di partecipazione e coinvolgimento da parte di tutti invece di critiche sterili che non aiutano a migliorare e anzi scoraggiano. Eccone alcuni spunti:

"È trascorso poco più di un anno dall'inizio della mia avventura come membro del comitato e mi accingo a trarre le prime valutazioni. L'esperienza è certamente positiva, la collaborazione con i colleghi buona,.... però mi capita purtroppo spesso di sentire colleghi inveire contro il sindacato come se questo fosse un'entità lontana e staccata, quasi soprannaturale. Io sono convinto che il sindacato sia composto da tutti noi e non sto parlando in modo retorico, ci credo veramente, penso che tutti dovremmo collaborare; smettiamola di assumere comportamenti di comodo e rimbocchiamoci le maniche essendo più responsabili. Bisognerebbe iniziare con il segnalare i problemi, i dubbi, le perplessità.

Il sindacato non si sogna le cose di notte, se nessuno segnala i problemi, non può intervenire. Se si inveisce gratuitamente si otterrà soltanto un momento di sfogo personale avendo come unico effetto di offendere chi si mette a disposizione. Forse bisognerebbe ricordare che chi opera nel comitato sindacale lo fa solo e d esclusivamente a scopo ideale, impiegando parecchie ore del proprio tempo libero e a titolo del tutto gratuito.


Perdonatemi questo mio sfogo. Ma volevo esprimervi quanto mi pesi e mi dia fastidio ascoltare inutili commenti che non sfociano in nulla di fatto. È giusto che si critichi e si cerchi di migliorare ciò che non funziona, ma è inutile sparare a zero senza pensarci, dateci una mano per rendere efficace il nostro impegno. "

 

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Consumando

Alla RTSI, siamo sufficientemente "informati e responsabili" in materia di riciclaggio? In quanti possiamo dichiarare di fare la raccolta differenziata? D'altro canto, l'azienda, si pone l'obiettivo di ottenere il massimo tasso possibile di recupero? Poniamo il caso della carta, che non dovrebbe domandare un grande impegno se solo si semplificasse l'operazione di raccolta, attivando sistemi appropriati per invogliare a farlo.


Ci siamo rivolti a Marino Beretta responsabile della logistica RTSI che si è detto disponibile ad affrontare la tematica; di più, afferma di avere nel cassetto una serie di progetti, e l'intenzione di procedere ad un'informazione puntuale e capillare a tutti i collaboratori e collaboratrici. Dal canto nostro ci proponiamo di allestire una sorta di Vademecum, per dare la possibilità ad ognuno di risolvere il problema del come "sbarazzarsi" dei rifiuti all'interno dell'azienda, per non limitarsi a nasconderli e, fatalmente, a dimenticarli. Bisognerà partire da una sorta di bilancio dei materiali che si utilizzano, tecnici e no, riciclabili e no, dell'uso che se ne fa, giorno per giorno, in ogni settore della catena di produzione di programmi radiofonici e televisivi.

Ciò potrebbe permettere di valutare i bisogni reali, limitare gli sprechi e di conseguenza i costi di natura ambientale. Non si afferma nulla di nuovo evidenziando che la massa delle materie prime utilizzate è andata crescendo in maniera impressionante nel secolo passato; ad esempio, siamo passati da un impiego di venti milioni di tonnellate di metalli agli inizi del Novecento a quasi un miliardo e mezzo; il consumo di carta è passato da quattro milioni di tonnellate a circa centosessanta milioni: ovviamente è cresciuta a dismisura la massa di rifiuti prodotti.
A parole siamo tutti ambientalisti, ma nei fatti? Proviamo a
fare un piccolo bilancio personale: separiamo i rifiuti riciclabili? Quanti ne produciamo? Si potrebbe consumare meno e creare meno rifiuti? O, meglio, si dovrebbe -e Marino Beretta sembra essere di quest'avviso- se vogliamo tener conto per esempio delle indicazioni di una fra le voci più autorevoli, quella del Worldwatch Institute:

  • il peso complessivo del nostro impatto sui sistemi naturali deve essere riportato al livello in cui non superi la capacità di carico della natura;
  • il prelievo delle risorse rinnovabili non deve superare la loro velocità di riproduzione;
  • lo scarico di emissioni nell'ambiente non deve superare la capacità di assorbimento dei recettori (Sinks);
  • il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di sostituirle.

*le buone notizie di Consumando*:


L'asilo nido è partito sotto i migliori auspici anche dal punto di vista del rispetto ambientale e della salute dei piccoli ospiti: si è cercato di dare priorità all'uso di materiale ecologico.

 


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Articolo Savoia

 

Nessuno spazio di mediazione da parte del sindacato per arrivare a una composizione accettabile - per l'interessato e per l'azienda - del „Caso Savoia".


La direzione si è espressa categoricamente durante la riunione straordinaria della Commissione di Concertazione richiesta dall'SSM.


Al sindacato, escluso dalla vertenza fin dall'inizio, è stata negata ogni possibilità d'intervento.
La delegazione dell'SSM ha espresso altrettanto chiaramente il suo disaccordo per come è stato gestito il caso, e ha riaffermato che ritiene il provvedimento affrettato e sproporzionato.

Perché ?

La Direzione, nel suo comunicato in Intranet del 25.8 ("Alcune delle domande più diffuse"), in risposta alla domanda: "Perché non un provvedimento meno grave, ad esempio una sospensione?", scrive:
"La nuova CCl non contiene più alcuna possibilità di 'sospendere' un collaboratore. Al tempo stesso l'azienda è convinta che quella adottata, certo non a cuor leggero, fosse, purtroppo, la sola decisione possibile".


Claudio Generali (nell'intervista rilasciata a "L'Inchiesta") afferma:
"del resto il contratto collettivo di lavoro voluto dai sindacati prevede solo due soluzioni: o l'ammonimento o il licenziamento".
Alla luce di queste due affermazioni, sembra quasi che la responsabilità del licenziamento in tronco di Savoia sia del sindacato, che ha voluto il nuovo CCL.
In realtà chi non ha assolutamente più voluto il criterio di gradualità per i licenziamenti nel nuovo CCL è stata la SSR.
Il perché è abbastanza evidente: il licenziamento in tronco non prevede la consultazione e quindi la mediazione del sindacato, che danno luogo a procedure lunghe e laboriose.
E nella vicenda Savoia, malgrado la delicatezza del caso e la situazione di sovraesposizione del servizio pubblico agli attacchi incrociati dei più vari gruppi di potere (in vista della prossima votazione al nazionale sulla nuova Legge sulla Radio e la Televisione), la Direzione ha deciso di servirsi comunque della facoltà attribuitale dal nuovo CCL, mettendo il sindacato di fronte al fatto compiuto e ottenendo un risultato opposto a quello voluto: la discussione sul caso è diventata pubblica, con le conseguenze che conosciamo.
È lecito quindi chiedersi, come fa l'opinione pubblica, perché la Direzione abbia deciso il licenziamento in tronco.

Secondo la Direzione la gravità dei fatti contestati al collega Savoia sarebbe tale da rendere il licenziamento in tronco l'unico provvedimento adeguato al caso. Nella lettera in cui Savoia avrebbe dovuto rispondere (al superiore diretto Edy Salmina) alle accuse mossegli, non ci sarebbe nessun segno di ravvedimento, nessun riconoscimento delle proprie responsabilità. Il contenuto di quella lettera sembra dunque essere stato il detonatore del licenziamento in tronco.
Senza entrare nel merito delle accuse mosse a Savoia, che non conosciamo, se non per quanto è stato pubblicato, dopo una lettura attenta della lettera in cui Savoia dà la sua versione dei fatti, siamo convinti che ci sarebbe stato spazio per il dialogo.
La Direzione afferma tra l'altro che la forma del licenziamento in tronco del collega è stata adottata proprio per salvaguardare gli interessi di Sergio Savoia, permettendo di non mettere in pubblico la vicenda.


Ci risulta però che il licenziamento in tronco per gravi motivi sia stato comunicato "urbi et orbi" nel Radiogiornale della sera, e che proprio la pubblicità data al provvedimento abbia scatenato il pandemonio che conosciamo, con grave pregiudizio della persona di Savoia e dell'immagine della RTSI.

Il minimo che si possa dire è che si è agito maldestramente, cumulando, nella comunicazione, una serie di passi falsi.
Oggi tutti noi paghiamo duramente lo scotto di quel che riteniamo un errore strategico. Tutti sparano sul pianista, il pubblico si sente offeso e tradito, e su questo sentimento, da più parti e in varie forme (anche le più deteriori: vedi il "Dossier" de "L'Inchiesta") gioca pesante chi ha grossi interessi economici a screditare il servizio pubblico.
Tocca a noi tutti, certo, con la qualità del nostro lavoro quotidiano, e reagendo duramente agli attacchi falsi e interessati, continuare a dimostrare nei programmi l'utilità sociale e pubblica della RTSI, ma è la direzione, in questo momento, che deve saper ricucire lo strappo tra il paese e la sua radiotelevisione

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Il mondo del lavoro nell'era dell'immediatezza e della rivoluzione tecnologica
Alcuni spunti di riflessione della Consigliera federale Ruth Dreifuss

 

Lavoro, solidarietà e sindacato: è a partire da queste triade dall'alto valore simbolico che mi è stato proposto di sviluppare alcune riflessioni sui mutamenti in corso nel mondo del lavoro. Queste tre parole - che costituiscono dei punti di riferimento importanti per la coesione sociale, ma soprattutto per i valori promossi della sinistra - non sfuggono ad una crisi d'identità che rimette in discussione il loro significato originario. Non credo che si tratti di una crisi d'identità profonda, ma piuttosto il risultato di cambiamenti globali che si manifestano attraverso dei sintomi di "crisi". Questi sintomi testimoniano i mutamenti importanti nella percezione dei valori essenziali della nostra società. Mi sembra quindi importante soffermarmi con attenzione su questi sintomi ed analizzare il loro legame con il lavoro, la solidarietà ed il sindacalismo.

I sintomi dei mutamenti epocali legati alla rivoluzione tecnologica

Un primo sintomo è costituito dalla tendenza sempre più crescente ad adottare uno stile di vita invididualistico, al quale si sovrappone la perdita di potere della politica nei confronti del mondo economico. Questi cambiamenti hanno effetti immediati sui legami di solidarietà a livello individuale, ma anche a livello collettivo, poiché la perdita d'influenza della politica è troppo spesso accompagnata da una riduzione del ruolo dello stato che conduce inesorabilmente verso un disimpegno nei confronti della collettività. Sono in primo luogo i sindacati ad essere chiamati all'appello per evitare una riduzione delle prestazioni dello stato sociale e mantenere condizioni di lavoro eque e dignitose.

Una seconda spia - forse meno visibile - è data dal carattere immediato e subitaneo degli eventi, nel quale ci troviamo coinvolti quotidianamente. Sono convinta che questa immediatezza sia all'origine di un certo malessere fra le persone. Assistiamo impassibili a fenomeni come la storia in movimento, la storia in diretta che non ci permettono di prendere la necessaria distanza e lasciano quindi poco spazio all'approfondimento.Questo flusso d'informazioni continuo ed istantaneo ha conseguenze dirette anche sul mondo del lavoro ed in particolare nel settore dei massmedia elettronici, nel quale i giornalisti sono costretti ad inseguire, catturare e commentare in tempo reale gli eventi per anticipare la concorrenza, riducendo ai minimi termini il tempo della riflessione e dell'analisi ad ampio respiro. La necessità di reagire in tempi brevi e la forte concorrenza spingono infine le aziende a mettere sotto pressione i propri collaboratori, esigendo prestazioni sempre più rapide e quantificabili. Questa corsa sfrenata alla prestazione immediata causa spesso malessere, stress ed insoddisfazione, riducendo nel contempo la disponibilità ad essere solidali con le altre persone.

La rivoluzione tecnologica è certamente alla base di questi cambiamenti. Essa rappresenta una delle grandi rivoluzioni dell'umanità dopo quella neolitica, che ha permesso di decuplicare la popolazione mondiale, e dopo la rivoluzione industriale che ha gettato le basi del capitalismo moderno. Le nuove tecnologie informatiche hanno modificato in modo fondamentale il nostro modo di essere, di comunicare e di interagire. I confini fra il mondo reale e quello virtuale si fanno sempre più labili. La rivoluzione tecnologica ha dato origine a nuove forme di capitalismo, nel quale l'informazione è diventuta una materia prima fondamentale. Le nuove tecnologie, vere forze motrici dell'economia, hanno ristretto il tempo e lo spazio, rivoluzionato gli scambi, rimesso in questione determinate conquiste sociali, costringendo inoltre i governi e la politica a ripensare il loro ruolo.

Alla ricerca di spazi di riflessione per trovare risposte collettive e durevoli

Di fronte a questi mutamenti repentini ed epocali alcuni di noi potrebbero essere tentati di reagire in modo nostalgico, rimpiagendo semplicemente i tempi gloriosi, nei quali i sindacati erano più forti, e la solidarietà vissuta in modo più completo. Mi chiedo tuttavia, se questi tempi gloriosi siano veramente esistiti. E' fuor di dubbio che possiamo spesso trovare conforto nella storia e nelle conquiste del movimento operaio, del movimento femminista o nella lotta contro il colonialismo per renderci conto dell'importanza del cammino percorso. Questa consapevolezza storica permette anche di parare la minaccia dell'immediatezza, del "tutto adesso e subito", poiché ci stimola a volgere lo sguardo verso le nostre radici, ad analizzare e riprendere di nuovo fiato prima di tuffarci nella quotidianità. Sono queste preziose pause di riflessione che dovrebbero stimolarci piuttosto che rimanere bloccati nella nostalgia dei tempi passati.

Altre persone invece predicono "la fine del lavoro". Questa prospettiva ci spinge a riflettere, provocando talvolta una sensazione d'insicurezza, se non di angoscia. Sono tuttavia convinta che dobbiamo confrontarci con gli sconvolgimenti causati dalla rivoluzione tecnologica e combattere nel medesimo tempo i rischi, i pericoli e le conseguenze disastrose che la globalizzazione economica provoca sulle persone più vulnerabili. Sono necessarie risposte collettive, durevoli e solidali per far fronte all'aumento della povertà, dell'esclusione, della discriminazione razziale e della precarietà professionale. Queste risposte comuni sono particolarmente urgenti nei settori della salute, della protezione sociale e nella lotta contro il peggioramento delle condizioni climatiche su scala planetaria.

Se la fine del lavoro non è per domani, mi preoccupano invece alcuni effetti perversi, come l'aumento del numero di "working poor". Sappiamo che in Svizzera sono soprattutto alcuni gruppi di popolazione ad esseri toccati da questo fenomeno di nuova povertà: si tratta in particolare delle donne, delle famiglie monoparentali, dei lavoratori stranieri e delle famiglie con più di tre bambini. Sono all'incirca 250 mila (7,5% della popolazione attiva) le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, malgrado esse svolgano un'attività lucrativa. Un altro fenomeno inquietante è quello dell'esplosione di nuove patologie legate al lavoro. Penso in particolare allo stress generato da condizioni di lavoro difficili, ai rischi per la salute dovuti ad attività pesanti e pericolose, al mobbing e all'insicurezza dovuta alle minacce incombenti di licenziamenti, soprattutto nei periodi di recessione economica. Gli effetti perversi di queste situazioni disumane sono conosciuti e sono stati anche in parte quantificati. Secondo un recente studio dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Organizzazione internazionale del lavoro il 20% delle persone attive in Europa soffre di problemi psichici in una determinata fase del proprio percorso professionale.

Dare un volto ed un'identità all'esclusione sociale

Non è tuttavia abbastanza constatare questi problemi. Abbiamo bisogno di dare un volto ad una certa realtà sociale. Le cifre - che rendono visibili i fenomeni d'esclusione - devono essere pubblicate, discusse e imparate a memoria. E' questo l'unica via per non abituarsi, per non rassegnarsi e mantenere intatte le capacità di mobilitazione. Sono persuasa che l'impegno dei movimenti collettivi a favore dei "sans-papiers" è intimamente connesso al bisogno di dare dei volti e delle identità alle vittime di un fenomeno di sfruttamento senza pietà. Le azioni di resistenza sono quindi possibili. Poco importa, se esse sono organizzate in modo locale oppure a livello planetario. L'essenziale è poter contare sull'impegno e sulla mobilitazione di ogni singola persona. Se ci atteniamo ai sondaggi, tre persone su quattro in Svizzera romanda sono convinte della necessità e dell'utilità d'impegnarsi. Le possibilità di rendersi utili non mancano anche in tempi di rapida evoluzione. Non credo che la nostra società sia corrosa da un individualismo sfrenato e minacciata da un'erosione ineluttabile della solidarietà. Basti pensare all'importanza che riveste il volontariato nel nostro paese.

Ho potuto toccare con mano l'importanza di queste attività anche quest'anno che l'ONU ha deciso di consacrare all'impegno dei volontari. In Svizzera una persona su quattro svolge un'attività di volontariato. Sono soprattutto le donne ad assumere questi compiti. E' molto importante incoraggiare queste attività che rappresentano un'occasione di crescita personale e collettiva. Sogno di una società, nella quale gli uomini e le donne possano trovare un equilibrio fra lavoro ed il proprio sviluppo personale. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso è indispensabile facilitare i passaggi fra vita attiva, formazione continua, volontariato ed altre attività che permettono ad ognuno di noi di realizzare i propri sogni. Sono consapevole che questo cambiamento richiede tempo, poiché rimette in discussione il ruolo centrale del valore attribuito al lavoro in un paese che presenta uno dei tassi di produttività più elevati e figura nel plotone di testa per il numero di ore supplementari.

Rivalorizzare il ruolo dei sindacati a livello planetario

Nella gestione di questi cambiamenti il sindacato assume un ruolo centrale. I cantieri aperti non mancano infatti. La globalizzazione ci confronta alla questione sociale. Questi sconvolgimenti - che presentano rischi, ma anche potenzialità di crescita e sviluppo personale - hanno spinto i sindacati a reagire, ricorrendo ad esempio alla rete virtuale (internet) per reclutare i propri membri, distribuire messaggi ed aumentare il livello d'organizzazione sindacale delle persone attive. Abbiamo quindi ancora bisogno di sindacati forti che sono in grado di battersi per concludere contratti collettivi di lavoro che permettano a tutte le persone di vivere in modo dignitoso. I sindacati hanno anche un ruolo importante da svolgere nella formazione continua delle persone attive.

Il livello di formazione ha infatti un'influenza diretta sulla remunerazione e sulle condizioni generali d'impiego. Essa rappresenta quindi un mezzo indispensabile per lottare contro salari miseri e soprattutto per rivalorizzare le persone più vulnerabili. Anche i datori di lavoro, come i sindacati, sono chiamati ad assumersi le loro responsabilità nei confronti di queste persone e sono pure invitati ad aumentare i loro sforzi per integrare gli immigrati al posto di lavoro, evitando manifestazioni di razzismo e di xenofobia. A livello internazionale è infine indispensabile rafforzare i legami fra le organizzazioni sindacali per far rispettare condizioni di lavoro e salariali minime, per dare una risposta comune alle nuove forme di lavoro ed arginare i tentativi di ridimensionare le conquiste sociali ottenute dopo aspre battaglie. E' unicamente attraverso risposte collettive, durevoli e coordinate che le organizzazioni non governative, in primo luogo i sindacati potranno raffermare il primato della politica nei confronti dell'economia.

 

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È nato MOVENDO
L'istituto di formazione dei sindacati

Quest'estate è nato Movendo un istituto di formazione voluto dai sindacati affiliati all'Unione Sindacale Svizzera. L'SSM crede che la formazione sia fondamentale è per questo motivo che ha partecipato attivamente alla concezione dei corsi proposti dal nuovo istituto e ha preso degli impegni finanziari in questo senso. La proposta di formazione è quindi stata allargata e potrà esserlo ulteriormente grazie ai vostri suggerimenti. Se siete interessati chiedete al nostro segretariato (SSM Lugano) il catalogo delle offerte per quest'autunno.

 

 

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1° Congresso mondiale UNI a Berlino

All'inizio di settembre si è tenuto a Berlino il primo congresso mondiale dell'UNI (federazione internazionale di sindacati con più di 15 mio di affiliati del quale facciamo parte) i primi due giorni sono stati dedicati alle donne. Un articolo sul tema nel prossimo numero dell'informatore.

 

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LO SCRIPT - LA SCRIPT

La "memoria" dello studio

Per questa seconda puntata sulle professioni abbiamo scelto lo/la script, quindi un'altra professione "dietro le quinte" forse un po' troppo poco conosciuta e quindi poco riconosciuta.

 

Il mestiere in poche parole


Lo definirei assistente alla regia perché siamo sempre a fianco del regista e collaboriamo strettamente con lui. È una professione molto variata, si lavora con molta gente e sempre in team. Per fare questo lavoro bisogna essere una persona che si sa adattare perché si lavora sempre con persone differenti e a orari differenti. Ogni programma ha le sue specificità e noi dobbiamo ricordarci di volta in volta le diverse trasmissioni anche se a distanza di mesi, non è evidente perché il team va avanti mentre noi cambiamo sempre. Non è solo un lavoro tecnico, il nostro è anche un lavoro umano, dobbiamo riuscire a far andare d'accordo il team, cercare di far superare le incomprensioni tra le persone. Organizziamo quello che sarà il lavoro di registrazione o di diffusione. Dapprima c'è il primo contatto con il regista che ci dà diversi supporti che entreranno nel programma (musiche, spezzoni video, testi,..), ci si spiega come sarà il programma, com'è strutturato (sigla d'inizio, persone presenti, durata, riprese esterne,...). Poi noi dobbiamo controllare che tutto funzioni, dobbiamo segnalare i punti dove si possono inserire i titoli, dobbiamo preparare la scaletta tecnica che verrà distribuita a tutto il personale dello studio (regista, tecnici, presentatori,...).

La parte principale del lavoro la svolgiamo nello studio, la script rappresenta la memoria di tutto quanto bisogna fare, siamo come i vigili che dirigono il traffico anche se il regista rimane sempre il direttore d'orchestra. Finito il lavoro in studio dobbiamo occuparci di rimettere a posto, di stendere i fogli di emissione, di consegnare le scalette e i supporti alla centrale video, di fare la dichiarazione delle musiche per i diritti d'autore.


Siamo bravissime perché se non facciamo i passi giusti mezzo mondo qui in TV viene a chiamarci. Abbiamo una grande mole di lavoro. Siamo circa 25 script di cui, da quest'anno, 2 uomini. Sono molto felice che inizino a interessarsi a questo lavoro anche degli uomini, danno un migliore equilibrio, infatti non è un mestiere prettamente femminile, anzi io auspicherei la presenza di un maggior numero di uomini anche perché ci aiuterebbero a portare avanti certe rivendicazioni, a far riconoscere la professionalità di quello che facciamo anche da parte dei nostri colleghi. Penso sia un ancestrale problema femminile quello di non saperci far rispettare nella nostra professionalità, ci poniamo verso il lavoro con un atteggiamento un po' vittimista e quindi spesso gli altri non si rendono conto di quanto facciamo a livello di preparazione e di organizzazione.

Da quanti anni lavora per la RTSI?


Sono 14 anni che lavoro in tele, ho cambiato 4 o 5 professioni. Da 5 anni ho intrapreso la strada della script compreso lo stage iniziale di un anno e mezzo, è previsto uno stage così lungo proprio perché ci sono moltissime cose da imparare.

Quali sono le altre professioni che ha esercitato all'interno della TSI?


Sono arrivata come segretaria con un incarico a tempo determinato, poi sono rimasta è ho fatto l'annunciatrice, in seguito e per un breve periodo mi sono occupata di un programma: lo preparavo, facevo ricerca, redigevo i testi, lo presentavo, si è trattato di un'esperienza molto interessante proprio perché completa anche se si trattava di una piccola cosa. In seguito sono stata segretaria coordinatrice di Barino, sono entrata a contatto con la fiction e con il cinema svizzero, e poi sono arrivata qui.

Il suo primo ricordo legato a questa professione.


Il primo ricordo è stato il concerto pasquale, mi ha dato moltissimo, ero stagiaire, eravamo a Locarno alla chiesa di San Francesco, c'era la disponibilità della mia collega Luisa, c'erano gli affreschi, la musica.... Quest'esperienza mi ha dato l'idea del potenziale di questa professione.

Un ricordo un po' speciale


Alcuni giorni fa, ero a casa quando è successa la storia delle torri Gemelle, ho pensato subito alle mie colleghe, ai turni notturni, al nostro lavoro strettamente a contatto con quanto succede nel mondo.

Se lei fosse il direttore generale cosa cambierebbe?


Forse cercherei di inserire nel team più uomini per rendere la professione meno sessista. Poi cercherei di fare in modo che ci sia una consapevolezza maggiore del lavoro che svolgiamo da parte di tutto il team, questo anche da parte nostra rispetto alle altre professioni.
Meglio conosci cosa fanno gli altri, più facile diventa relazionare e capire cosa stanno facendo , cosa sono i compiti e i ruoli di ognuno e quindi meno incomprensioni e più affiatamento, più facilità nel lavoro.

A cosa presterebbe attenzione?


Non dovremmo tralasciare mai il lato umano. A volte per esigenze di tempo, di programma, ecc. ci si dimentica che si hanno di fronte delle persone; penso sia un problema generale del mondo del lavoro, non solo della nostra azienda, ma non siamo dei robot, delle macchine, delle caselle da riempire.

È un bel lavoro?


Direi proprio di sì. Un bel lavoro, e lo potrebbe essere ancora di più se si risolvesse quanto detto prima.
Una cosa di cui mi rendo conto è che è un lavoro che è difficile conciliare se hai altri impegni fissi, ci sto pensando di questi tempi perché sto per diventare mamma e mi rendo conto che non sarà evidente conciliare il tutto.

È un po' preoccupata?


Diciamo che mi sono fatta alcune domande, ho deciso di fare un anno di congedo, tornerò a tempo parziale e sono molto contenta che ci sia l'asilo nido che mi semplificherà le cose (tra l'altro sono già andata a vederlo e mi è piaciuto molto, sia il posto che le maestre), poi ho la fortuna che il papà potrà collaborare visto che lavora in modo indipendente e non è legato a orari troppo fissi. Saremo genitori in due. Chissà come andrà?


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