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In questa pagina trovate una selezione degli articoli più interessanti pubblicati a proposito della SSR, della RSI, del SSM e del mondo dei media. Buona lettura!

Fonte: Gas.social (leggi nel sito)

Per sgomberare il campo dagli equivoci, sì, siamo complottisti, crediamo alle scie chimiche, al piano Kalergi e siamo convinti che quasi tutti i presidenti USA siano stati dei rettiliani alieni. Per questo abbiamo cercato di raccogliere fatti logici e alla portata di tutti per spiegarvi cosa sta succedendo in Ticino in merito non solo alla RSI, ma anche a livello politico. Veniamo al dunque.

MediaTi, il gruppo del Corriere, è gestito dalla famiglia Soldati, con Marcello Foa amministratore delegato e Filippo Lombardi nel Consiglio di amministrazione. MediaTi Possiede il Corriere del Ticino, Radio 3i, Ticinonews, Teleticino e ora ha comprato anche il Caffè. Il GdP, che era associato al Corriere si è chiamato fuori di recente. Il motivo? Pagava il 10% delle spese di tutto il gruppo, radio e televisione compresi portando il 20% degli abbonati. UPC Cablecom detiene il 10% delle azioni di MediaTi

Ticinonews di MediaTi vede ora come caporedattore Mattia Sacchi, negli ultimi anni redattore del Mattinonline della Lega. Il Mattino della Domenica, ultimamente, ospita paginoni di pubblicità di UPC Cablecom. Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale leghista, ha accreditato in parlamento al suo seguito un lobbysta di UPC Cablecom. La Lega è sempre stata in prima linea a sostenere l’iniziativa No Billag.

Christoph Blocher, miliardario e patron UDC, ha varato un piano volto all’acquisto di giornali e testate online locali. Ticinolibero è recentemente passato di proprietà ed è stato ceduto a Marco Bazzi. Bazzi faticava a tenere in piedi anche la sua creatura Liberatv, però stranamente trova i soldi per acquisirne un’altra. Comunque non ascoltateci, come detto siamo complottisti. Ah, l’UDC è anche lei in prima linea a sostenere l’iniziativa No Billag.

UPC Cablecom, un’azienda che fa capo a un grosso gruppo americano che si occupa, tra le altre cose, di pay-tv e ha una delle offerte più vaste d’Europa. Il canone attuale serve a finanziare i canali pubblici dell’ente SRG SSR. E costa 451 franchi. Questi si suddividono fra SRF (3 canali TV, 6 stazioni radio) nella Svizzera tedesca, RTS (2 canali TV, 3 stazioni radio) nella Romandia e RSI (2 canali TV, 3 stazioni radio) nella Svizzera italiana. E aggiungiamo RTR, attiva coi suoi programmi nell’area di lingua romancia. Anche più di 60 stazioni radiotelevisive private (stazioni radio e canali televisivi locali) forniscono alcune delle prestazioni del servizio pubblico.

Il divertimento senza fine di UPC, costa 129.- franchi al mese. Intorno ai 1’500 franchi l’anno. Solo il bouquet sport costa 300 franchi l’anno. Come abbiamo già scritto (leggi qui) le partite di hockey che la RSI ha perso sembra siano state cedute a Teleticino, appartenente al gruppo MediaTi di cui sopra, per 125’000 franchi a fronte del milione dotto chiesto alla RSI. UPC ottiene un doppio scopo: indebolire la posizione di RSI di fronte all’utenza e rafforzare una realtà in cui lei stessa è azionista.

L’iniziativa No Billag non è in realtà un modo di fare pagare meno il canone agli svizzeri. È a tutti gli effetti il tentativo di una forza politica coadiuvata da un’azienda a cui fa gola il mercato Svizzero di modificare il panorama mediatico favorendo il privato a scapito del pubblico. E non è così peregrina l’ipotesi che UPC Cablecom sia generosa un domani con gli amici che l’hanno aiutata a far fuori la SSR.

In breve, il gruppo del Corriere e l’UDC hanno tutto l’interesse a indebolire il servizio pubblico. UPC per interessi finanziari, Blocher per controllare i media in stile berlusconiano. La Lega è la testa di ponte in Ticino di questa strategia. Chi dice che ci perderebbe anche Teleticino non si rende conto che se ci si sbarazza della SSR non serve il canone ai privati. L’obiettivo reale è la pubblicità e la pay per view, lo abbiamo già visto in altri paesi europei e lo abbiamo visto negli ultimi 20 anni in Italia con l’avvento di Mediaset e la discesa in campo di Berlusconi. Avremo una TV spazzatura infarcita di pubblicità in mano alla destra che manipola l’informazione a proprio vantaggio.

Le conseguenze, soprattutto nel piccolo Ticino, saranno di smantellare un intero sistema che impiega 1200 persone e collabora con più di 800 aziende. Vuol dire eliminare centinaia di possibilità di impiego e formazione, pensiamo solo a giornalisti, videomaker, tecnici audio, truccatori, conduttori radiofonici e televisivi, esperti di comunicazione digitale, falegnami, costumisti, grafici, promoter, e innumerevoli altri.

Votando No Billag non si dà un segnale alla RSI o alla SSR, la si demolisce. Punto. Si demolisce uno dei più grandi datori di lavoro in Ticino che crea un indotto che supera i 200 milioni di franchi a fronte dei 51 del canone che vanno a Berna. Ma soprattutto, distruggendo l’ente radiotelevisivo pubblico, si apre la strada a un periodo buio, come quello che ha contraddistinto il ventennio berlusconiano, in cui le informazioni distorte hanno contribuito non poco all’avanzata di una cricca che ha a tutti gli effetti ha ancora più degradato il clima politico e sociale.

Paranoie da complotto? Può darsi, giudicate voi.

Pubblicato il 26 settembre 2017, autore: Corrado Mordasini

 

 

Il problema del ridimensionamento o addirittura della chiusura di redazioni in campo mediatico e giornalistico evidentemente non tocca solo la Svizzera italiana. Per il prossimo aprile, ad esempio, è stata annunciata la soppressione del servizio di notizie via cavo di Al Jazeera America.

Su questo tema la Columbia Journalism Review ha intervistato Jill Geisler, esperta e insegnante di leadership a livello mondiale.

Ecco un passaggio dall’articolo, particolarmente interessante se si tiene conto di quanto successo a Comano.

In momenti come questi si vede bene la differenza fra ‘management’ (gestione) e ‘leadership’ (conduzione, guida). Gestire un ridimensionamento significa occuparsi delle cose pratiche, cercare di spremere tutti i vantaggi possibili dall’operazione, ed evitare che vi possano essere casi di sabotaggio interno. Guidare tale ridimensionamento significa invece mettere le persone prima dei processi. I veri leader (cioè i quadri che sanno semplicemente fare bene il loro lavoro, N.d.R.) aiutano il personale ad affrontare il dispiacere per la perdita di qualcosa che hanno aiutato a creare, la rabbia per la sensazione di ingiustizia o di disparità di trattamento, e l’ansietà per il futuro. Ascoltano, consolano, assistono e guidano.

Dalle nostre parti a quanto sembra qualcuno ha bisogno di un corso di recupero.

L’articolo completo è disponibile qui: http://www.cjr.org/first_person/advice_for_al_jazeera_america.php

Un’inchiesta sindacale pubblicata nel giugno 2014 denunciava la vasta precarietà presente alla Rsi

“Anche a Besso e a Comano si usa lo strumento del licenziamento per stabilire un metodo di gestione del personale basato sulla paura, sul ricatto e l’intimidazione”

Si chiama New Public Management, nuova gestione pubblica, quel programma di riforme, ispirato ai modelli di gestione delle risorse umane all’opera nell’economia privata, che ha accompagnato il processo di aziendalizzazione dei servizi pubblici negli ultimi anni. Si tratta di un insieme di procedure, o “puzzle dottrinale”, in cui si intrecciano vari principi, in particolare la teoria dell’individuo come attore razionale volto a massimizzare il suo interesse personale.  Benché in origine, ossia sin dai tempi della Signora Thatcher, l’obiettivo fosse niente meno che la privatizzazione dei servizi pubblici nel nome dello “Stato minimo”, nel corso del tempo il New Public Management è, almeno in Svizzera, l’altra faccia dell’aziendalizzazione, ad esempio delle ex-regie federali, ossia la loro trasformazione in Società anonime, sempre a maggioranza azionaria della Confederazione, ma decisamente orientate ad una gestione di tipo privato dell’organizzazione aziendale che ha modificato profondamente la specificità del servizio pubblico.

Un documento del 2006 di Hans-Rudolf Merz, ministro delle finanze, sintetizza la strategia del Consiglio federale: scorporo, cioè esternalizzazione, di interi settori per snellire l’organizzazione produttiva riducendone i costi di gestione; moltiplicazione degli indici di performatività trasformando i fruitori dei servizi pubblici in clienti; aumento dei compiti di vigilanza interni ma anche, se necessario, esterni. Per una curiosa eterogenesi dei fini, laddove il New Public Management è stato applicato con maggior zelo, il risultato di questa strategia è stato un aumento dei costi di gestione a scapito degli investimenti, un gonfiamento del comparto amministrativo a scapito della qualità del servizio e una riduzione della produttività del lavoro come conseguenza dell’applicazione di norme burocratiche sempre più invasive. La caporalizzazione, cioè il rafforzamento delle gerarchie e del controllo sugli agenti del servizio pubblico, ha poi trasformato in competenze professionali valori non propriamente positivi, come il cinismo, l’opportunismo, la mediocrità e la paura, compromettendo la cooperazione interna e demonizzando qualsiasi manifestazione di pensiero critico.

Il New Public Management ha una sua parvenza di oggettività, o inesorabilità, che deriva dalla strategia di ridurre le risorse finanziarie a disposizione del servizio pubblico. “Affamare la bestia”, comprimerne i mezzi finanziari con la leva fiscale in modo da rendere “inevitabile”, costi quel che costi, l’adozione di metodi ben sperimentati nel passato recente nell’economia privata. Se non fosse per la sofferenza che provoca, l’opera di smantellamento graduale del servizio pubblico, che ha visto il laburista Tony Blair tra i suoi esecutori più ispirati, assomiglia sempre più a una commedia umana del lavoro. Tant’è vero che le imprese private, per modernizzarsi, si stanno orientando verso una nuova forma di management, in cui la dimensione umana è posta al centro della gestione delle risorse. Non è detto che sia meno insidiosa. Di certo è meno stupida.